Vicenzaabc N 7 - 30 Aprile 2004

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vicenzaabc la città a chiare lettere

venerdì 30 aprile 2004, numero 7 , anno III

SETTIMANALE DI INFORMAZIONE, CULTURA, POLITICA, ASSOCIAZIONISMO, SPETTACOLO Editore: VicenzaAbc scarl, Corte dei Molini 7, 36100 Vicenza. Partita Iva 03017440243. Telefono 0444.305523. Fax 0444.314669. E mail: [email protected]. Spedizione in abbonamento postale 45% Comma 20/B, legge 662/96 - DC Vicenza Redazione: Corte dei Molini 7, Vicenza. Telefono 0444.504012. Fax 0444.314669. E mail: [email protected] www.vicenzaabc.it

Dal Pigafetta al Quadri, dal Fusinieri al Boscardin, ecco chi sono le Boeche del 2000 Ma l’istruzione pubblica resta la più amata Le famiglie si ricordano degli insegnanti per lo più quando i figli incappano in qualche problema scolastico (leggi: insufficienza), quando entrano in un ruolo istituzionale (leggi: rappresentanti di classe o membri dei Consigli d’Istituto), quando vanno frettolosamente a ritirare i bambini al rientro dalla gita, acciuffandoli al volo e facendoli sparire in macchina in un battibaleno, spesso senza un cenno per gli insegnanti accompagnatori e magari mugugnando per il ritardo. Cioè: se ne accorgono in negativo, e quando si proiettano nel ‘pianeta scuola’ lo fanno spesso con poco tatto e molta arroganza. Anche se qualche ragione spesso ce l’hanno, per essere scontenti.

I professori più temuti delle scuole vicentine Viaggio (semiserio) tra gli eredi delle celebri professoresse Boeche - Silvia, Giuseppina e Maria Teresa - diventate un mito per aver terrorizzato in quarant’anni di insegnamento migliaia di studenti. Anche oggi c’è chi non scherza: i ragaz-

2004, boom di privatisti A migliaia scelgono l’”esame facile”: ma Vicenza tiene duro

I docenti spaccati in due: indifferenti e ostinati a sognare Negli ultimi anni la cosiddetta ‘trasparenza’ ha comportato una valanga di oneri burocratici per mettere al sicuro docenti (e dirigenti) dai sempre più frequenti e minacciati ricorsi delle famiglie, e la concorrenza fra istituti ha suscitato pesanti interferenze in ambiti finora appannaggio dei docenti (la didattica, le strategie di trasmissione del sapere), che hanno inevitabilmente prodotto due reazioni. Da una parte la tranquilla indifferenza di un ampio numero di insegnanti che, (per quieto vivere, per carattere, per scelta meditata) rifiutano il coinvolgimento e vanno per la loro strada; dall’altra l’ansia un po’ sessantottina e un po’ cattolica di assumere su di sé tutti i peccata mundi (dei colleghi, magari) per farsi carico di funzioni strumentali all’insegnamento, questionari, monitoraggi delle attività, gite, viaggi, giornate della creatività e quant’altro. Non solo e non sempre – si badi - per pochi euro in più, ma per lo più in buona fede, diciamo per ‘spirito di servizio’. Mi stupiscono dunque i risultati dell’indagine recentemente condotta da Demos ed Eurisko che sanciscono una sostanziale fiducia delle famiglie nella scuola pubblica (e questo è comprensibile, considerate le disastrate condizioni di quella privata) e – udite, udite – negli insegnanti, cate-

Sorpresa: le critiche più feroci arrivano dai genitori “evoluti” goria la cui considerazione sociale risulta, invece, direttamente proporzionale al potere d’acquisto degli stipendi. Ma se anche le loro percezioni contano qualcosa, vale la pena di ascoltarle. Perché dicono di classi sempre più numerose e difficili da gestire, di genitori combattivi (eufemismo) che appena possono prendono la penna in mano intraprendono crociate, suggeriscono metodi, strategie didattiche, libri di testo, scavalcano i docenti appellandosi ai dirigenti, interpellano gli organi superiori, incitano i figli a non fidarsi.

zi raccontano gli insegnanti più temuti di questi anni, dal professore che ipnotizza con i suoi occhi di ghiaccio al professore che tortura con impossibili versioni di latino, dal docente che odia le giustificazioni all’insegnante che prevede gli errori inesistenti. Alle pagg. 4-5

Andretta, Rossi, Cerbaro, Cannavò, Marcellino, De Mori... Gli studenti raccontano gli incubi in cattedra

Gli insegnanti di cui sopra non c’entrano un bel nulla. Forse perchè loro, i “cattivissimi” sono concentrati nelle varie scuole pubbliche; i “buoni“, evidentemente, stanno altrove. Ma è un fatto che sono sempre di più gli studenti che affrontano l’esame di maturità in una scuola privata (paritaria) piuttosto che in quelle statali (ahimè, un puro retaggio comunista, ma si chiamano ancora così...). Numeri alla mano, la moltiplicazione di questo tipo di studenti è tale da far gridare al miracolo: erano solo l’1,7 percento dei can-

didati totali nel 2000-01, sono stati il 15,8 percento l’anno scorso (per Vicenza non sono ancora disponibili cifre precise, ma il fenomeno – spiegano in Provveditorato - pare leggermente più contenuto). Un vero exploit che però riguarda gli istituti privati solo nell’ultimo anno: gli 11.476 iscritti delle classi quarte lievitano a ben 25.022 nelle quinte. Il motivo? Forse certi privati concentrano gli sforzi educativi sull’ultimo anno per preparare lo studente ad una maturità memorabile? Forse. La domanda se l’è fatta anche Letizia

Moratti che proprio a partire dall’anno scolastico 2001-02 aveva riformato l’esame eliminando (per tagliare le spese) i docenti esterni dalle varie commissioni, oggi formate esclusivamente da professori che i ragazzi hanno avuto durante tutto l’anno scolastico (solo sopravvissuto non “di casa”, un presidente per ogni istituto). Visti i risultati nel privato (promozioni a go go), un bel pastrocchio. Tale da far rizzare le antenne allo stesso Ministro che, nella recente “Relazione sullo stato di attuazione della Legge di parità scolastica”, cerca di tirare un po’ i freni al “libero mercato”: «il riconoscimento del carattere pubblico del servizio reso dalla scuola paritaria richiede l’attivazione di forme di vigilanza e di controllo». Bontà sua il Ministro, ormai accantonato Darwin, torna parzialmente sui suoi passi riscoprendo quantomeno l’acqua calda: meglio dare una controllata a quegli istituti dove vige una sorta di “diploma-libera-tutti”. Bene così: giusto intervenire prontamente su questo incidente di percorso verso una scuola riformata e sempre più in sintonia con le esigenze e le difficoltà della società contemporanea. Per intanto, in attesa di quel fausto giorno, diplomarsi (privatamente) non è mai stato così facile.

questa settimana

politica

giornate memorabili

Enotica... ematica

cultura

La Lega senza Bossi ricomincia da Isola Vicentina

Dal 25 aprile al 1 maggio ecco perché è meglio ricordare

Il Comune versa da bere e poi se la prende con gli ubriachi

Un’ora con Arafat: in Palestina con la cronista-pacifista

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Insomma, remano contro e predicano l’indocilità. Come spiegare allora i risultati dell’indagine? Azzardo un’ipotesi interpretativa. Di materne, elementari e medie inferiori sono in genere tutti contenti. I gradi inferiori funzionano bene da molti anni, il coinvolgimento triangolare genitori figli insegnanti si gioca tutto su un piano emotivo e su relazioni a forte componente psicologica (la maestra-mamma, la maestra severa, il ragazzino ipercinetico, quello timido e introverso…). La scuola media superiore, invece, presenta ancora nette differenziazioni. Prevalgono numericamente gli utenti – studenti e famiglie – dei professionali e dei tecnici su quelli dei licei (si vedano i dati delle iscrizioni vicentine per il 2004/2005); e, a mano a mano che si sale di livello, peg-

giora il rapporto scuola/famiglia, perché si diversifica il contesto socioculturale di provenienza degli alunni. Mentre, salvo eccezioni, i genitori di professionali e tecnici esprimo-

Con la Riforma Moratti le famiglie terranno in ostaggio la scuola no in genere apprezzamento per le proposte della scuola e la professionalità docente media, la maggioranza di professionisti, imprenditori, insegnanti genitori di figli al liceo tende pericolosamente, anche per formazione culturale, ad interferire in continuazione, a non accettare le sconfitte scolastiche dei figli (che vivono come loro proprie), a produrre pressioni continue che minano seriamente e spesso irreversibilmente il processo educativo

degli adolescenti e, soprattutto, trasformano in sterile e infruttuoso quello che potrebbe essere un triangolo virtuoso. Contrastano, insomma, invece di assecondare. In sintesi, e con beneficio di semplificazione, come titolava Repubblica, la scuola è promossa e forse solo una minoranza è davvero scontenta. Ma è una minoranza potente, che esercita un’influenza negativa sulla maggioranza. E sulla scuola, che si affanna a rincorrerla. Nell’ottica cattodemagogica della Riforma Moratti – a parte tutto il resto – le famiglie possono tenere in ostaggio la scuola pubblica e farne letteralmente saltare le risorse – grandissime - di professionalità. Esattamente come gli ultrà per il calcio. Mara Seveglievich

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sette giorni di politica

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Beati i tempi in cui si discuteva sul sedere di Nadia Cassini (“È morale? È immorale?”) che dai manifesti stradali pubblicizzava le mutande Roberta. Un automobilista ebbe perfino risonanza nazionale quando, dopo un incidente, tentò di scaricare la responsabilità civile sul povero manifesto che – citiamo dalla lettera all’assicurazione, “mi aveva subdolamente e improvvisamente causato distrazione dalla guida”. In quella che domina oggi le nostre strade e che Antonio Trentin sul Giornale di Vicenza ha chiamato “la pre campagna elettorale più costosa che si sia mai vista in un quarto di secolo” c’è poco da discutere: manifesti brutti, criptici e inutili, con Silvio B. che straccia tutti investendo migliaia e migliaia di euro (non a caso la pre-campagna nasce proprio per aggirare la par condicio) per conquistare voti vicentini.

La differenza con gli anni passati è che stavolta il messaggio non attacca. O almeno così pare da una nostra piccola, ma crediamo significativa, inchiesta sul campo. Sebbene Silvio Berlusconi “vale da solo più metri quadrati di tutti i concorrenti messi assieme”, come evidenzia Trentin, il suo messaggio non arriva dritto al cuore. Abbiamo chiesto a cinquanta vicentini, fermati per le strade, di ricordare i messaggi più significativi letti sui manifesti. Solo uno su cinque ricorda almeno un messaggio di Silvio B. (il più memorizzato: quello sui pensionati; il meno ricordato: quello sui presunti miliardi investiti per la scuola). Tre su cinque ricordano che il messaggio indica “delle cifre” ma non a cosa si riferiscono. E non si tratta di indifferenti: è curioso

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que sono rimasti colpiti dal sorriso – diciamo così – di Silvana Mura, anche se ovviamente non hanno capito chi è, se non che ha a che fare con un frizzante Di Pietro. Pressoché ignorati tutti gli altri, vuoi per la pochezza dell’investimento pubblicitario (trovare un manifesto dell’Ulivo al primo colpo è come trovare una farmacia aperta la domenica) vuoi per la pochezza del messaggio. Significativo quello dell’Udc: “Con la difesa delle istituzioni io centro”. Di sicuro non han centrato l’elettore: il 95 per cento del nostro campione non l’ha capita. Male anche Brunetta di Forza Italia, che imita il capo proponendo l’enorme testone pensieroso. Più che Grande Fratello, Grande Fardello: si vede la barba (il capo si rade meglio), l’occhio spento (il capo ce l’ha vigile), l’espressione dubbiosa (il capo ha solo certezze). E poi lo slogan, maledizione: “I tuoi interessi”, che

Solo il seno della Mura fa breccia sulla città

Manifesta incapacità

appeal può avere una frase scelta da Gianfranco “Tristezza” Fini pochi manifesti più in là? Fuori dal coro solo il grande Sergio Berlato, già distintosi in anni di onorata carriera politica in difesa dei cacciatori, che si dimentica (?) addirittura di indicare il suo partito. “Grazie all’on Berlato – recita il manifesto - l’Italia è protagonista in Europa”. Niente altro. Roba da far impallidire Silvio B. Peccato che il 95% degli intervistati ignori il partito di Berlato. E noi ci siamo ben guardati dallo svelare il segreto. Matteo Rinaldi

Vicenza invasa da centinaia di poster elettorali Berlusconi vince sempre in quantità ma stavolta il messaggio non attacca scoprire che gli stessi ricordano invece i manifesti delle scorse elezioni politiche nazionali (quattro anni fa!), con il “Meno tasse per tutti” in primis.

A colpire l’immaginario dei vicentini, incredibile ma vero, più del sorriso di Sivio B. è il prorompente petto di Silvana M. Scopriamo che due vicentini su cin-

Dove vanno i partiti. Nonostante la (ingiustificata) mancanza di notizie su Bossi, i leghisti guardano avanti. Cominciando da Vicenza

La Lega senza Umberto ricomincia da Isola Vicentina

Come sta veramente Umberto Bossi? È la grande domanda che si pongono i leghisti - e non solo - da due mesi a questa parte. Da quando cioè Umberto Bossi è stato ricoverato all'ospedale di Varese per una grave insufficienza cardiaca; tant'è che le condizioni di salute del ministro per le riforme sono diventate una sorta di caso caduto in sordina. Il rebus. I media, quasi si fossero autoquietati, ne parlano poco e spesso di rimbalzo. I colonnelli del Carroccio usano parole rassicuranti. Dicono che il capo indiscusso si candiderà alle europee di giugno. «L'intenzione da parte nostra c'è - sottolinea il ministro della giustizia Roberto Castelli, bisogna vedere se accetterà. È lui che deve firmare». Il ministro del welfare Bobo Maroni si aspetta a brevissimo «una bella sorpresa» ovvero il ritorno di Bossi prima delle europee. Ma intanto gli alleati glissano; i media parlano sotto voce e, soprattutto, i medici tacciono. Tacciono nel senso che diagnosi chiare, aggiornamenti frequenti e ben dettagliati sullo stato di salute dell'Umberto non ne escono. Bossi però è un ministro della repubblica. E un parlamentare. Tuttora stipendiato dai cittadini italiani che lo hanno votato affinché svolga incarichi di

governo importanti. Per questo motivo le condizioni di salute del capo leghista sono interesse primario del Paese. Invece da Varese arrivano solo frasi più o meno fatte, i medici non hanno mai spiegato da che cosa sia stata causata l'insufficienza cardiaca che provocò il suo malore, non danno cenni precisi sulla degenza. Il ministro è ormai fermo da due mesi, quando spesso e volentieri chi ha ricevuto un trapianto cardiaco dopo un mese è già in marcia. Di Bossi invece si sa quel poco che serve a non insospettire l'opinione pubblica, pochino se si rapporta il tutto al can can mediatico che hanno suscitato le condizioni, per esempio, di Diego Maradona, che pure vive in Argentina e non ha incarichi di governo. Un ministro britannico nelle stesse condizioni del senatur godrebbe della stessa riservatezza o nel mondo anglosassone la

salute di chi governa è invece una questione di massimo rilievo e quindi di dominio pubblico? Il partito. Rimane però da capire quali sono i destini della Lega. Se Bossi nel volgere di pochissimo tempo ritorna quello di un tempo è chiaro che le dinamiche interne al movimento si risistemeranno rispettando gli assetti consueti. Ma i segnali che arrivano da Varese non sono questi. Così, leggere nel futuro del Carroccio rimane complicato. Ma da via Bellerio a Milano, sede nazionale del partito arriva qualche indiscrezione. Attualmente non esiste una vera e propria leadership che sostituisca il senatur. Le redini del moviemnto sarebbero affidate ad una sorta di direttorio informale costituito dallo stesso Maroni, dal vice presidente del senato Roberto Calderoli, dal

ACQUE MOSSE

suo collega alla Camera Alessandro Cè, dall'eurodepudato Francesco Speroni e dal guardasigilli Roberto Castelli. La Lega però ha due anime: una più filogovernativa, che attualmente farebbe proprio riferimento a Maroni, l'altra più barricadera, che vede in Calderoli l'uomo forte, col quale oltretutto starebbe buona parte della vecchia guardia del partito. Peraltro di Bossi si è detto e scritto di tutto, si è fatta notare un modo alle volte strambo di agire ma tutti i politici gli riconoscono quel fiuto unico per capire quando essere di governo e quando menare fendenti contro Roma ladrona. Fiuto che sembra mancare ad ogni pretendente alla successione. Il delfino attualmente viene indicato in Calderoli, ma Maroni e l'ala filogovernativa al profilarsi di una successione rimarranno zitti e buoni o si faranno avanti

senza risparmiare colpi? E il partito reggerebbe lo scontro o la Lega senza Bossi è destinata ad inaridirsi come mille rivoli senza alveo? La partita a Vicenza. Così la semplice ipotesi di una Lega in via di ridimensionamento ha contribuito a dipingere un nuovo scenario. In questo contesto rientrano le mosse della presidente della provincia Manuela Dal Lago, esponente di spicco dell'ala filogovernativa del partito. La leghista vanta amicizie di spicco nel centrosinistra come nel centrodestra, dove, si dice, potrebbe cercar rifugio qualora il Carroccio si disfi. E la sua riserva di cariche (presidente della fiera, vicepresidente della Brescia Padova Autostrade, consigliere comunale) potrebbe darle una mano quando il suo mandato in provincia scadrà.

IN LAGUNA

Dalla Regione. Solo 5 mila euro per catturare il terrorista: con una cifra così non si scomoderà nessuno

Unabomber, una taglia da poareti “Wanted dead or alive”. Nel Far West era lo sceriffo che inchiodava davanti al saloon, alla bottega del maniscalco e al negozio del barbiere l’annuncio della taglia. E subito partiva la caccia al bandito da consegnare, meglio se morto e legato alla sella del cavallo, per intascare i quattrini. Oggi nel “vicino East”, inteso come Veneto orientale, provincia di Venezia, la taglia a metterla sono due politici della Lega. Il deputato di Pordenone Edouard Ballaman e il consigliere regionale Daniele Stival. L’uomo da ricercare è quello che i giornali hanno battezzato Unabomber. Il misterioso individuo che ormai da parecchi anni nella zona a cavallo tra Veneto e Friuli semina pericolosi oggetti esplodenti con scelta criminalmente beffarde e geniali perché imprevedibili. Li ha piazzati proprio dappertutto: nella base di un ombrellone in spiaggia, in un lumino al cimitero, in una tubetto di conserva di pomo-

doro al supermercato, in un pennarello sull’argine del fiume (l’esplosione è costata due dita ad una bambina). Ultimamente sembra preferire le chiese: ordigni sono stati trovati all’interno di un confessionale e sotto l’inginocchiatoio di un banco. L’idea della taglia non ha però raccolto molti entusiasmi. Anche perché un anno fa ci aveva provato, senza risultati, l’industriale Giorgio Panto. Solo che la sua cifra aveva uno zero in più visto che gli euro in palio erano 50 mila. Francamente i 5 mila promessi dal deputato Ballaman e dal consigliere regionale Stival fanno un po’ sorridere. Roba da farsi sparare addosso dai veri cacciatori di taglie del Far West. A meno che non c’entri il fatto che il prossimo 11 giugno Stival punta a diventare sindaco di Portogruaro. (abc) nella foto, la grinta del consigliere leghista Daniele Stival

L'altro plenipotenziario del Carroccio a Vicenza, il senatore Stefano Stefani, non è più in simbiosi come una volta con la presidente, tanto che da tempo lo si dice in marcia lenta verso la base. Ma gli eventi che diranno se la Lega ha ancora i numeri per essere un partito saranno le elezioni di giugno e soprattutto le regionali del 2005, sempre che dopo le europee non si cominci a profilare un voto anticipato anche per il rinnovo delle camere. Il caso Isola. Ma un primo sintomo di tale irrequitezza del partito arriva nel momento in cui il Carroccio è sul punto di redigere le liste per le amministrative del 13 giugno, quando su 120 comuni (capoluogo escluso) si rinnoveranno 96 amministrazioni. Tra queste, quella di Isola Vicentina, al centro di una espansione urbanistica senza precedenti, costituisce uno dei punti caldi dello scontro, un caso emblematico. Attualmente ad Isola la Lega, col consigliere uscente e candidato sindaco Paola De Bei, sembra puntare ad una alleanza con la civica Alba di Giobattista Gasparella (azzurro dissidente e in rotta da sempre col sindaco forzista Valter Baruchello). Ma la decisione della Lega locale pare abbia fatto infuriare la Dal Lago che invece preferirebbe un candidato gradito a Baruchello. Gasparella e De Bei infatti hanno imbastito uno scontro durissimo con la giunta locale sulla gestione del territorio, in un comune strategico per tutta l'economia berica in quanto epicentro del più importante distretto delle cave, uno dei pochi settori che tirano ancora bene nel Vicentino. Sapere come correrà la Lega ad Isola, darà l'idea dei rapporti di forza in seno al Carroccio berico, un Carroccio, che in barba al federalismo, rimane legato a doppio filo alle vicende romane della stessa Lega Nord. Marco Milioni

cronaca

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La festa della liberazione e la festa dei lavoratori: ecco perché non vanno perdute

Giornate memorabili La strana logica del centrodestra sulle due festività: difende gli Usa ma ignora la Liberazione, si dice pro lavoro e boicotta la sua celebrazione Festa della Liberazione e Festa del Lavoro. Se, come aveva ipotizzato non più di un mese fa, Berlusconi riuscisse davvero a eliminare qualche festa dal calendario per far lavorare di più gli italiani, prime vittime designate sarebbero queste due. Vuoi mettere la festa del papà, della mamma o San Valentino? Quelle sì che sono vere feste “berlusconiane”: si lavora come qualsiasi altro giorno e si spende parecchio di più. Niente manifestazioni inopportune. Niente da commemorare in piazza con bandiere e discorsi. Niente che sia legato ad una memoria collettiva. Tutta roba privata, di famiglia. Il premier lo sa fin troppo bene: se la Liberazione è (o dovrebbe

essere) di tutti, la mamma, di solito, è una sola. E volendo proprio festeggiare qualcosa mettendo tanta gente insieme, meglio aspettare il prossimo scudetto del Milan. Ma se parte del centro-destra vede come il fumo negli occhi la Festa della Liberazione, anche peggio va per la fastidiossima celebrazione – comunista senza nemmeno l’ombra del dubbio – che è la Festa del Lavoro.

Ancora conserva in sé – ormai un lumicino a dire il vero – l’insoppor tabile parola d’ordine (“Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire") per cui è nata. Inoltre, è sinceramente vecchia: ha più di cento anni, la “prima volta” è del 1890. Retaggio anacronistico di un’era oscura quando ancora gli operai non guardavano Canale 5 e non votavano Forza Italia o Lega. Insomma, a ben guardare, non è

poi così difficile capire perché questa nuova destra italiana non fa nemmeno più finta di commemorare feste che per cultura e storia non le appartengono in alcun modo. Motivi che sono gli stessi per cui, dalla parte opposta, vale ancora la pena celebrarle. Perché sono ricche di storia e di pathos. Perché muovono sentimenti veri. Perché fanno sentire ancora (almeno un po’) unito un popolo ormai disperso in troppi rivoli. Perché non celebrano un neo-nazionalismo posticcio e strumentale, ma raccontano di un’Italia a volte ruspante a volte feroce dove per le proprie idee si moriva. Un’Italia forse non migliore di quella attuale, ma certo molto più vera. (d.l.)

“Sapere chi siamo e da dove veniamo è un nostro diritto”

“Perchè c’era un tempo in cui per una protesta si moriva”

Venticinque Aprile meno storie, più storia

Primo Maggio in ricordo del coraggio



Dobbiamo spiegare ai giovani i terribili anni della guerra e dell’immediato Dopoguerra “La festa del 25 Aprile è più attuale che mai. Il modo in cui è stata celebrata negli scorsi giorni è una cartina di tornasole dei tempi che corrono. Strumentalizzazione politica, autocelebrazione dell’amministrazione di turno, imbarazzo generale per chi la liberazione l’ha sognata e l’ha vista realizzarsi: così è stato in molte città italiane. Dobbiamo in parte tornare alle origini, recuperare il vero significato della festa, e in parte guardare al futuro, ai nuovi valori che deve assumere.” Parola di Gildo Vescovi, presidente dell’associazione Volontari della Libertà di Vicenza. Un uomo che ha combattuto, come molti altri, sperando in un Paese nuovo, non neccessariamente migliore, ma libero di scegliere da sè il proprio destino. Molti anni sono passati da quel 25 Aprile. Che eco rimane di quegli avvenimenti nella festa che celebriamo oggi? “I valori che la resistenza ha posto non sono più proclamati come dovrebbero, soprattutto da parte di alcune amministrazioni comunali e realtà politiche.” Anche se mantenuta sul piano formale, la libertà è compressa e sminuita dai mass media, soprattutto nella tv: i programmi sulla nostra Storia sono trasmessi in orari impossibili: di notte fonda o alla mattina. Possono attirare al massimo

qualche casalinga distratta o un sonnambulo, mentre giovani e studenti, a cui sono rivolti, lavorano o sono a scuola. È un preconcetto, una linea di programmazione perché sono argomenti ritenuti poco interessanti oppure una manovra per sviare le coscienze? Io so solo che per le nuovi generazioni sapere da dove veniamo, per capire perché siamo qui e dove andremo, è un diritto. Ed è un nostro dovere, e un dovere della amministrazione politica, rispondere a questa richiesta di conoscenza. Per evitare che quello che è successo succeda di nuovo. È essenziale far capire questo ai giovani, non è colpa loro se ignorano queste cose. È responsabilità nostra informare ciò che è stato. Se il modo in cui festeggiamo è insufficiente o adirittura sbagliato, come dovrebbe essere ricordata la Liberazione? Secondo me il 25 Aprile dovrebbe avere due aspetti: quello festivo che ha ora e uno più dedicato alla memoria, simile alla giornata sulla Shoah in gennaio. Bisogna attivare le scuole in modo da rendere partecipi gli studenti, non lasciare il tutto nelle mani di qualche iniziativa dei pochi professori o presidi illuminati. Abbiamo ancora molti testimoni degli avvenimenti e molti storici in grado di parlarne. Come è stato vissuto questo 25 Aprile dalla realtà politica? Nella manifestazione della scorsa settimana ho visto una buona par-

LOTTA SENZA QUARTIERE

Pomari in rete per dire no alla speculazione E ai Ferrovieri secco no al parcheggio extra small Campo Marzo: gelatai contro commercianti. Desta scalpore la proposta del presidente di Circoscrizione che insiste per spostare il mercato del giovedì nel parco. I commercianti si oppongono. La maggior parte dei consiglieri chiede invece che l’area sia rivitalizzata con piccoli chioschi del gelato in modo da creare un punto d’incontro, sia per i vicentini che per quei turisti per cui il parco é il primo impatto con Vicenza. “Il parco dovrebbe essere fatto per sostarvi – insiste Cucchiara - inoltre sarebbe il caso di migliorarne alcuni aspetti come l’illuminazione e la trascuratezza.”

tecipazione sia di persone che di autorità. Anche se dagli umori di piazza ho percepito un certo imbarazzo per un intervento quasi formale delle autorità all’evento, quasi come se la festa avesse un valore puramente simbolico. Durante questa manifestazione dovrebbero essere ricordati anche altri valori? Sì. Spesso si pensa solo al momento della Liberazione. Dobbiamo, invece, ricordare gli enormi sacrifici della popolazione che non si è solo limitata alla resistenza ma che ha facilitato lo sbarco degli alleati. Spesso dimentichiamo anche la difficile opera di ricostruzione del Paese. Furono anni terribili. Il benessere della nostra società si basa su molti sacrifici. Molti lo ignorano, essendo cresciuti nella bambagia, ma devono saperlo. La resistenza, inoltre, è stata il germe delle successive aspirazioni all’unione europea. Anche questa è una realtà taciuta.



C’è ancora molto da fare per i diritti dei lavoratori. Nel mondo certo, ma anche in Italia Le inchieste dei media sono chiare: se fermate cento ragazzi per strada e chiedete loro cos’è il Primo Maggio, novanta vi diranno che è una festa importante perché “si sta a casa da scuola”, meno di cinquanta vi spiegheranno che è “la festa del lavoro”, una decina forse tenteranno di addentrarsi in un discorso storico politico “nella misura in cui i diritti dei lavoratori, essendo e avendo...” e crolleranno al terzo gerundio. Quello che le inchieste non dicono è che le stesse risposte ve le darebbe la generazione dei trentenni, dei quarantenni, dei cinquantenni e di buona parte dei sessantenni. La memoria, se non stimolata, non fa miracoli. “Eppure la festa del Primo Maggio è più che mai attuale – spiega Oscar Mancini, segretario della Cgil vicentina - A maggior ragione in questi tempi in cui il diritto del lavoro s’intreccia col

Il 25 Aprile si ricorda la liberazione dell’Italia dall’occupazione nazi-fascista. Il Primo Maggio è la giornata in cui si difende il diritto al lavoro come mezzo di libertà e d’espressione dell’uomo S.Felice: piano ir-regolatore. Avranno presto fine i lavori, non le pene. Il traffico aumenterà a causa del nuovo piano urbanistico (Piruea). L’area su cui si interviene é di proprietà dell’Amministrazione provinciale, ma la Circoscrizione Sei si oppone alla realizzazione del progetto. “Si tratta di un piano di espansione che non prevede spazi verdi – commenta il consigliere diessino Andrea Tapparo – né una limitazione del traffico”. Pomari: proteste vere e... virtuali. Nasce il sito internet del Comitato Pomari (digilander.libero.it/comitatopomari/). per denunciare i problemi urbanistici che affliggono la zona. All’interno si trova la storia, le iniziative, le ultime notizie. Iniziativa interessante e intelligente che si spera possa essere seguita anche da altri quartieri: informare è sempre il modo migliore per farsi capire.

Gogna: il verde in rosso? Cittadini preoccupati per la realizzazione da parte del Comune di una nuova strada a due corsie che, si teme, possa essere solo il primo passo per nuovo cemento. “Dobbiamo difendere una delle ultime oasi verdi della città” dicono i residenti. Nelle prossime settimane, incontri e gruppi di studio per capirne di più. Ferrovieri: inversione di marcia.

I residenti si oppongono alla realizzazione del nuovo parcheggio previsto in Via Rossi. Porterebbe - spiegano - a gravi problemi di viabilità perché l’entrata e uscita sfrutterebbero un vicolo privato. Innanzitutto si

diritto alla pace. Con Cisl e Uil festeggeremo a Gorizia, dove abbatteremo il muro che separa la città italiana dalla parte slovena. Sarà come abbattere tutti i muri dell’odio e della divisione. Purtroppo viviamo in tempi difficili, in cui la festa del 25 Aprile è stata ribattezzata “festa della riconciliazione” dal governo. Un vergognoso tentativo di revisionismo storico. Anche per questo il Primo Maggio deve riuscire a comunicare ai giovani, i più esposti perché privi della memoria dei loro padri e nonni.” “È una festa che assume, ogni anno che passa, un carattere sempre più internazionale - dice Riccardo Dal Lago, segretario Uil – ed è giusto che sia così se pensiamo ai tanti Paesi in cui la dignità umana è calpestata. Fateci caso: in tutto il mondo, la qualità della vita delle persone migliora a partire dalla qualità del lavoro. Il lavoro libera dalla schiavitù della povertà. Per questo la sua festa è importante e meravigliosa”. “La festa del Primo Maggio nasce negli Stati Uniti – spiega Giuseppe Benetti, segretario Cisl – per ricordare uno sciopero con la morte di molti lavoratori che chiedevano condizioni di lavoro più umane. Moltissima strada è stata fatta da allora, ma se guar-

diamo la situazione mondiale siamo solo agli inizi: 500 milioni di lavoratori prendono un dollaro al giorno, 250 milioni sono bambini. E anche in casa nostra i problemi non mancano: basta pensare a quanti clandestini lavorano senza nessun riconoscimento”. Trasformare il Primo Maggio in una festa un po’ meno frivola e più intelligente si può? “Da noi si fa soprattutto tempo libero – ammette Benetti – per questo la scelta di andare a Gorizia mi pare un ottimo segnale”. “Vorrei che questa festa fosse un modo per ricordare il valore dei sindacati – dice Mancini - che esistono per tutelare i lavoratori, che restano la parte più debole nel confronto con le aziende. Ma anche per ricordare il significato del primo articolo della nostra costituzione: credere in un’Italia unica, indivisibile e fondata sul lavoro. Non facile, data la propaganda ideologica del governo diffusa dai sette canali televisivi unificati.” “Sarà un Primo Maggio speciale – conclude Dal Lago - perché si apriranno le porte europee ad altri dieci paesi. La speranza è che non sia una adesione solo economica ma anche sociale, per garantire nuove possibilità anche ai nostri vicini a lungo dimenticati”. i.t. e m.r.

dovrebbe provvedere all’esproprio; in secondo luogo la via non reggerebbe un traffico a doppio senso di marcia.

Villaggio del Sole: la pazienza ha un limite. Non si placa la protesta dei cittadini nei confronti della rotatoria dell’Albera. I residenti sono riusciti ad ottenere un incontro con il Sindaco Hüllweck ma non è servito a molto: soluzioni imminenti il Comune non ne vede. E’ necessario trovare un accordo tra gli enti provinciali e alcune categorie di autotranvieri per deviare il traffico dei mezzi pesanti. Come dire: portare pazienza. Che invece pare finita: le proteste non finiscono, si prevedono altri sit-in.

Piazzale Bologna: vietato l’ingresso da est. Ancora nulla di fatto sul problema del nuovo “ritrovo delle badanti” (un luogo dove le lavortrici dell’est possano incontrarsi e socializzare dopo che sono state costrette ad andarsene da Piazzale Bologna a causa delle proteste di alcune residenti). Maurizio Cucchiara, consigliere diessino di circoscrizione, accusa il presidente di continuare a tergiversare per non affrontare la questione.

Settecà’: binario morto. La strada di Setteca’ chiude al traffico, in orario diurno, fino al 13 ottobre per lavori Aim sulle fognature. Tutto questo mentre resta irrisolto il problema della passerella che dovrebbe permettere, ai tanti residenti in strada Paradiso, l’attraversamento dei binari. Sarà convocata un’assemblea per capire come si muoverà l’amministrazione, che non ha ancora dato una risposta. Sara Sandorfi

la nostra inchiesta

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Dal Pigafetta al Quadri, dal Fusinieri al Fogazzaro, gli studenti p

Boeche 2000: i m

Viaggio semiserio tra gli eredi delle celebri professoresse (Silvia, Giuseppina, M che negli anni Settanta sono diventate un mito terrorizzando migliaia di studen Dalla Andretta a Marcellino, da Cerbaro alla De Mori, anche oggi non si scher Beatrice Andretta greco e latino, Liceo Pigafetta

La matita rossa e blu della “Boeche a colori” Quando estrae la matita rossa e blu dall’astuccio vuol dire che in classe si comincia a fare sul serio. Non è più tempo per le spiegazioni, né per gli aneddoti personali e le divagazioni sulla mitologia o la storia greca e romana. Ti chiama alla cattedra, a rispondere sull’amato (da lei) Cicerone o sugli eterni dilemmi della sintassi. Oppure convocati sulla predellina, dal voto più basso a quello più alto, a chiederci conto della versione mensile. E qui non vale l’evangelico “gli ultimi saranno i primi”, ma l’austero motto latino

“dura lex sed lex”. Il suo incedere per i corridoi, passo svelto e tacchi fragorosi, annuncia che la pausa fra una lezione e l’altra è finita. Tutti ai banchi. La domanda che ogni suo buon allievo si pone è: come sarà vestita oggi? Quale il completo che sfoggerà per farci fare le solite battute su di lei? Blu cobalto con risvolti neri, modello acquario? O giallo canarino, modello Maggiolino Volkswagen ? Oppure (il mio preferito per la sobrietà e la varietà cromatica) un monocolore rosso vermiglio in tono coi

capelli fiammeggianti? La sua fama di docente inflessibile, dalla lingua tagliente e dal giudizio sprezzante, è per lei un blasone di cui andar fieri e di cui i suoi allievi apprezzeranno il valore solo dopo. Erede spirituale e di cattedra della mitica professoressa Nicolli, va celebre per alcune frasi. Sul ’68: “A un picchetto davanti all’entrata della scuola ho risposto con un calcio ben tirato nella parti basse del malcapitato contestatore”. Sui miti giovanili: “Kurt Cobain? Non capisco come si possa adora-

re uno che si è sparato un colpo in testa perché era strafatto”. Sul garantismo: “Si dovrebbe cambiare la sentenza latina in dubio pro reo (in caso di dubbio, la ragione a favore dell’accusato): altro che pro, nel dubbio, contra!”. Su Karl Popper: “A casa mia non c’è la televisione, e sopravviviamo lo stesso”. Terrore delle matricole, anno dopo anno la sua figura di incorruttibile vestale del Classico (celebri le sue interrogazioni quattro alunni alla volta e la sua spietata precisione nei voti) si fa via via

più familiare e s’impara ad ammirare il suo carattere al peperoncino oltre che la sua cultura enciclopedica. Ah, la prof Beatrice Andretta (posso dirlo? Bea per noi): così si chiama la nostra “Boeche a colori”. L’esegesi del cognome, compiuta da lei stessa non senza autoironia, suona così: dal greco antico anér e ètta, “sconfitta dell’uomo”. Un’insospettabile dama femminista, la nostra professoressa rossocrinita. Alessio Mannino

Antonino Marcellino scienze, Istituto Fogazzaro

Quegli occhi blu che si fanno amare e odiare Antonino Marcellino: a dispetto del nome, un professore che non ha niente a che spartire con il tenero fanciullo del pane e vino. Sempre in giacca e cravatta, cartellina sottobraccio, fisico magro e asciutto dell’ex campione di atletica, Antonino Marcellino è insegnante di scienze e addetto alla sicurezza della scuola. Con lui si chiacchiera volentieri dei piani di evacuazione antincendio o antisismici, ma quando è ora di interro-

gare l’angoscia prende il sopravvento. La paura galoppa. Colpa soprattutto dei suoi occhi blu che, come racconta tra una regola di Mendel e l’altra, hanno spezzato tanti cuori femminili in gioventù. Oggi sono un’arma per mietere vittime tra i poveri studenti indifesi. Le classiche scuse (“Devo andare in bagno”) per stare fuori a origliare dalla porta, fino a che i nomi dei malcapitati sono stati

nominati, oppure rompere la cartuccia rossa della penna a stilo sul fazzoletto di carta e simulare una perdita di sangue dal naso per passare tutta l’ora in infermeria, sono pericolosissime: ti portano dritto dritto alla cattedra. Quando Marcellino decide di interrogare in classe cala un silenzio maledetto e l’aula sembra avvolta da una luce sinistra. Poche volte Marcellino è ricorso all’elenco del registro: lui si affida ai suoi

Franco Maria Rossi

occhi-laser. Ti guarda e segue il suo istinto. Il suo motto è ”Se non sai, te lo leggo negli occhi”. Con lui gli occhi bassi e sfuggenti sono la fine. Quando ti scruta, guai a evitare il suo sguardo. Se scopre che hai paura, che non hai studiato, sei fritto. Il trucco è non pensare alle formule delle molecole o alle reazioni dell’ossido-riduzione ma canticchiare mentalmente la sigla di qualche vecchio cartone animato.

Il ricordo dell’infanzia farà pur assumere uno sguardo sicuro e intelligente, no? Se funziona, “Marcellino’s eyes” non ti trapassano; ti sfiorano solamente. Puoi così adorare quegli occhi, scoprendo che l’aula riacquista luce, la giornata non è mai stata così radiosa, fuori è tiepido e le vacanze sono alle porte. Irene Rigon

storia dell’Arte, Liceo Quadri

La sottile Arte di farci morire di paura La maggior parte delle volte in classe non c'è, è in ritardo. Probabilmente starà litigando con qualche bidella o discutendo con il preside. Allora capisci che quell'ora sarà lunga, lunghissima. Lui è Franco (Maria) Rossi, insegna storia dell'arte al Quadri e la sua fama precede quella dell'istituto tra i giovani e impauriti fanciulli già dalla terza media. Le leggende su di lui fioccano, quasi fosse un essere mitologico

con più arti, denti affilati e fiamme dalla bocca. Ma la realtà è diversa: fa molta più paura. Veste un abbigliamento trasandato molto ricercato (o almeno così tiene a far sapere), i capelli crescono lunghi e ispidi e il viso è corrugato da migliaia di ore di lezione. Il rombo del suo motorino si ode a chilometri di distanza e per alcuni è segnale di morte. Negli indimenticati tempi della sua Vespa Piaggio, corrosa da ingrata ruggine, i fiori

Guglielmina De Mori matematica, Istituto Tecnico Fusinieri

Quel profumo sospeso nei corridoi

appassivano e l'erba seccava. Le bidelle rifiutano di avvicinarsi alla sua aula con le circolari del giorno, temendo di essere cacciate in malo modo (un annuncio ufficiale del preside è ben poca cosa per lui rispetto alle campiture di colore del Tintoretto). Nessuna interruzione sarà consentita, null'altro conta. Il suo odio per la scuola come sistema malato è ripartito tra i suoi alunni, i genitori degli stessi, il pre-

C'è un momento sacro per gli irriducibili tabagisti nelle lunghe mattinate scolastiche del Fusinieri: la cicca dietro la porta del bagno al cambio dell'ora. Le facce sono sempre le stesse e si guardano intorno come per fare l'appello, intenti in ampie boccate. Quando manca qualcuno c'è solo un motivo: è l'ora della De Mori. Se entri in classe dopo di lei sentirai tuonare il tuo cognome e resterai alla lavagna, davanti a uno studio di funzione o un logaritmo irrisolvibile, rimpiangendo il tuo banco vuoto. La matematica non ammette ritardi, la De Mori

side o i colleghi insegnanti (spesso esagera, anche se non posso che trovarmi d'accordo su alcune invettive rivolte alle sue impettite colleghe insegnanti che accompagnano i figli a scuola con jeep enormi, compiendo pochi chilometri e intasando il traffico cittadino). Durante la lezione, lo studente è attaccato su più fronti: dalla storpiatura del cognome all'implacabile severità dei suoi compiti scritti che non prevedono umano errore.

li odia. Soprattutto la prima ora: giustificazioni tipo "la sveglia non è suonata" o "il motorino mi ha lasciato a piedi" non possono esistere. Ma, a suo modo, si dimostra premurosa. Se dimentichi il libro degli esercizi, lei ti lancia il suo dalla cattedra (anche se sei in ultimo banco) con la precisione di un cecchino. Il suo look autunno-inverno-primavera è alquanto personale: pantaloni neri stretti in fondo, scarpa alta con tacco basso e pelliccia di ermellino (c'è chi, alla sesta ora, lo vede muovere gli occhi con aria inquisitoria). Ha braccia muscolose e dita d'ac-

Arrivano sino al prevederlo, correggendo errori inesistenti. La sua penna rossa è infallibile come Dio, non tornerà sui suoi passi. Non fatevi ingannare dalle sue dichiarazioni riguardo l'abbandono dell'insegnamento, poiché ripete la stessa litania da molti anni, senza mai compiere, ahinoi, il passo finale. Alberto Rigno

ciaio con cui picchia il gesso sulla lavagna. Ne consuma uno a esercizio. Passo deciso, sguardo imperturbabile, avanza tra gli studenti senza rispondere al loro saluto. E questo aumenta la sua presenza scenica. Il suo profumo, così forte da essere quasi fragoroso, resta sospeso per i corridoi dopo il suo passaggio e lascia una sensazione di apprensione e smarrimento. Ma niente in confronto al momento dell'interrogazione. Con la De Mori possono bastare pochi secondi per ritrovarti un 4. A volte non

serve nemmeno arrivare alla lavagna: il 4 è già sul registro, in rosso, insieme agli altri. Bisogna però riconoscere che non fa preferenze. Certi compiti scritti sono tragedie greche dalle quali si salvano al massimo in due. C'è chi si fa prendere dallo sconforto, chi è rassegnato, chi esulta per un 5 tirato. A gennaio di quest'anno si è sposata. Da allora pare irriconoscibile: sempre di buon umore, addirittura comprensiva. I vecchi alunni non riescono a crederci. Stefano Comparin

La parodia. Lettera aperta alla signorina Boeche da un’ammiratrice d’eccezione: il ministro dell’Istruzione Letizia Moratti

“Toh: la scuola che ho in mente è identica alla sua” Cara signorina Boeche, ho una grande notizia da darle. Lei deve sapere che da diversi mesi al Ministero lavoriamo ad un progetto imponente, destinato a cambiare in profondità la scuola; si tratta di un progetto di cui finora non è trapelato quasi nulla (un buon lavoro di intelligence, come dice il mio collega degli Interni). Abbiamo stipato in un gigantesco computer tutti i dati relativi alla scuola italiana degli ultimi cinquant'anni; abbiamo poi inserito alcuni criteri per individuare l'istituto ed il periodo in cui sono state meglio realizzate le nostre idee per la scuola di domani. Non ci crederà: Ginnasio Liceo A. Pigafetta, biennio 1965/1966, quarta e quinta ginnasio, sezione C. La sua. Lei si chiederà: perché proprio quella classe? Per spiegarglielo, elenco alcuni elementi, presenti in quella classe, che ci sembrano irrinunciabili per tutta la scuola del futuro. 1. Numero di alunni per classe. Quel noioso del mio collega delle Finanze mi assilla di continuo perché riduca le spese per gli insegnanti: se ogni classe oggi avesse 37 alunni, come la sua quarta ginnasio di quell'anno, avremmo risolto il problema (il mio collega ha fatto due conti, poi è diventato tutto rosso e si è messo a battere le mani). 2. Selezione, avviamento al lavoro e quant'altro. Dopo un discreto numero di convegni sul tema, con l'apporto delle migliori teste in circolazione, si è giunti a una conclusione definitiva: è auspicabile che i figli dei contadini facciano i contadini. Solo i figli dei professionisti, delle migliori famiglie della città, vanno spronati a continuare gli studi. Dei 37 ragazzi partiti in quarta ginnasio, se non erro, 11 arrivarono alla fine della terza liceo. Una frase ricorrente tra i professori di quegli anni era: "Qui si prepara la classe dirigente di domani". Ora quel doma-

Anni ‘50 Laboratorio di Fisica

ni è diventato oggi, cara signorina, e tutti abbiamo sotto gli occhi gli splendidi esiti di quel sistema. 3. Didattica e programmi delle varie materie. (Non è il mio forte, ma mi sono fatta aiutare da alcuni autorevoli intellettuali, per così dire, di partiti presenti nella coalizione di governo.). Il principio informatore deve essere: "Sanno? sette e mezzo. Non sanno? Due. A lavorare.". Non è il caso di perdere tempo con psicologismi, analisi del contesto sociale e simili. I contenuti su cui selezionare devono essere ovviamente mnemonici, possibilmente avulsi dalla realtà, sicuri dal punto di vista ideologico (beninteso, mantenendo la politica fuori dalla scuola). E' appurato, per esempio, che lo studio della teoria dell'evoluzione rende gli allievi indocili e, alla lunga, comunisti: meglio quindi insegnare il creazionismo, seguendo l'esempio degli States, o, meglio ancora, non prevedere l'insegnamento delle scienze. Esattamente come allora. Per quanto riguarda l'inglese, solo due anni su cinque, poche ore settimanali e possibilmente impartito da insegnanti afflitte da seri problemi di fonazione e di pronuncia. Oggi, come in quegli anni, le famiglie per bene mandano i figli a fare le vacanze in Inghilterra. Ah, dimenticavo: per le ragazze, grembiuli neri accollati e gonne sotto il ginocchio. Sono lieta di averle potuto comunicare l'esito di questo lavoro, pregno di promesse per gli anni a venire. Mi piacerebbe che lei potesse collaborare con noi: ci risulta, del resto, che alcune sue ex alunne stiano tuttora trionfalmente portando avanti i suoi illuminati principi didattici. (Silvano Biondi)

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presentano gli insegnanti più temuti, i loro tic, le loro cattiverie

aestri del terrore

Maria Teresa) nti. rza

Cerbero, mostro mitico munito di tre teste, era il terrificante guardiano degli inferi. Ma davanti al professor Cerbaro, custode della fisica al Liceo Pigafetta, sarebbe fuggito come un cagnolino impaurito. Anche i Gian Burrasca più fastidiosi, quelli che durante le altre ore sono soliti rompere di tutto, ammutoliscono quando questi cinquanta chili d’uomo ricoperti di jeans a sigaretta e camicie anonime varcano la soglia. Becco d’aquila e sguardo siberiano, ha il viso smunto, ricoperto da una barbetta ispida. Sensibilissimo al rumore (tanto da aver costretto uno studente particolarmente cialtrone a mangiare il cardine di una porta che cigolava), su di lui fioriscono leggende d’ogni sorta. Si dice che il lavoro di insegnante sia solo

Giuseppe Cannavò

una copertura per mascherare traffici illeciti, che abbia minacciato più d’uno studente con armi improprie, che faccia uso di droghe prodotte in proprio, che lavori per i Servizi Segreti. Ma le leggende, si sa, sono menzognere e stolti gli uomini che in esse ripongono fede. Cerbaro ha con gli studenti un rapporto che definire distaccato sarebbe un eufemismo. Niente gli importa di questi omuncoli brufolosi né delle loro turbe adolescenziali. Lo vedrei sicuramente meglio come professore universitario, essendo egli dotato d’una immensa cultura in campo fisico ma scarsa-

Leopoldo Cerbaro fisica, Liceo Pigafetta

I cinquanta chili più massicci della scuola mente propenso a socializzare con gli allievi. Oppure potrebbe essere un ottimo inventore o scienziato pazzo, come quelli dei cartoni animati. Quando entra in classe non vola una mosca. Lui scrive alla lavagna e noi tutto il tempo a copiare. Non parla mai di nulla se non di fisica, ma nei pochi sprazzi di luce nelle sue buie lezioni rivela un insospettato senso dell’umorismo. Accade però raramente. Di solito le battute sono sprezzanti e accompagna-

Nicola Colpo

lettere, liceo scientifico Quadri

La matita rossa e blu della “Boeche a colori” Kawasaki 1100, casco con visiera oscurata, giubbotto da Tourist trophy del '74, borsa in pelle - presumibilmente umana - agganciata al serbatoio. Scende, alza la visiera, entra: il casco lo toglierà solo in classe per motivi di sicurezza. Liceo Scientifico Quadri, otto in punto. Il centauro appena arrivato è, per dirla fantozzianamente, quel gran. lup. mann. del prof di lettere e latino, al secolo Giuseppe

te da votacci. Le interrogazioni consistono in uscite alla lavagna cui confidi la tua onesta ignoranza, e sulle quali cade poi l’altrettanto leale scure di Cerbaro. Ma preferisce certamente i compiti, sessanta minuti durante i quali vani sono i nostri tentativi di copiare o utilizzare altri stratagemmi, ché nulla sfugge al suo occhio, vigile e dotato di infrarossi.

Cannavò. Con lui non manca mai nessuno perché, a meno di un ricovero ospedaliero, nessuna giustificazione è valida. Perché il professore, oltre a non ammettere ritardi, è sempre ben informato sullo stato di salute dei suoi alunni. E anche dei loro cari. Proprio per questo è impossibile che si beva giustificazioni del tipo “lutto in famiglia” o peggio ancora “indisposizione”. Ore otto e dieci. Il mal di stomaco

contagia tutta la classe. Da anni per i corridoi del liceo si tramandano le sue gesta. Pare che voglia entrare nel guinness dei primati per il maggior numero di studenti "segati". Solo a sentire il suo nome c’è chi rabbrividisce, anche a distanza di anni. E' uno di quei professori per i quali viene voglia di cambiare classe, istituto, pianeta. Con Cannavò non si sgarra. Se mentre spiega guardi l'orologio,

s'infuria. Se vai in bagno, s'infuria. Se pensi a qualcos'altro, se ne accorge e s'infuria. Un giorno gli puoi andare a genio. Il giorno dopo non ricorda più il tuo nome. Ore otto e venti. Ha gli occhi assetati di insufficienze. Ci guarda con evidente disprezzo. La disposizione dei banchi chiaramente non gli garba. Di fronte a lui facce pallide, cianotiche. Qualcuno gronda di sudore. Altri fanno gli gnorri per non destare sospetti. Apre il registro. Il mal di stomaco degenera in gastrite acuta. Ci odia perchè secondo lui siamo ignoranti. Lo ripete spesso. Probabilmente,

tenuto in considerazione ciò, decide di graziarci e andare avanti con la spiegazione. Venticinque anime ricominciano a respirare dopo un'apnea di tre minuti. Se ne accorge, legge la gioia nei nostri occhi e per non smentire la sua fama, cambia idea. Test di latino sui vocaboli. Ne detta cinquanta. Tornerà a casa con il suo pacco di improbabili traduzioni e l'indomani si divertirà a prendersi gioco della nostra non padronanza di quella lingua che, sebbene morta, in questo liceo continua a mietere vittime. Alessandra Guarino

Dalla Pozza - Moletta italiano, Boscardin Paolo Lanaro racconta la sua (vera) Boeche

Siamo la coppia più tosta del mondo All’Istituto Santa Bertilla Boscardin ha terrorizzato generazioni di studenti. È la famosa coppia di professori di Italiano: Marilisa Dalla Pozza e Natale Moletta, il giorno e la notte. Lei solare ed esuberante, posa da Lilli Gruber, maniche corte e finestra spalancata anche nel rigore invernale. Lui schivo e lunatico, pullover a girocollo e imposte serrate pure sotto la canicola estiva. Io ho la (s)fortuna di averli avuti entrambi. Non è uno scherzo delle continue riforme scolastiche ma il frutto di un’ecatombe: ho cominciato nella mitica sezione B del biologico, destinata alla Dalla Pozza ma solo meno della metà della classe è riuscita a passare in quarta. Così la terza B si è trovata quasi raddoppiata, con oltre trenta ragazzi in aula. Per noi poveri promossi nulla da fare: troppo pochi per creare una classe. Sono finito in A con Moletta. I due sono particolarmente amici pur essendo diametralmente opposti. Dalla Pozza è un vero mostro. Di bravura. Un’ottima insegnante. Apre il libro, annuncia il tema della lezione, lo richiude e comincia a spiegare l’argomento con entusiasmo e una capacità di approfondimento sconvolgente. Ma quello che vuole è in proporzione a quello che dà: gli 0 e gli 1 fioccano come non mai. Moletta invece legge i testi con tono assente, ogni lezione è mortalmente soporifera. Così come il suo modo di fare è piatto, anche i voti non sono mai eccessivamente alti e bassi ma se si comincia l’anno scolastico con un quattro non si può sperare in un miglioramento. Naturalmente sono nate molte leggende scolastiche. La Dalla Pozza assegna, ogni settembre, il ruolo di “paggetto”, a uno studente. Per tutta la durata dell’anno il povero malcapitato deve far trovare sulla

cattedra una penna rossa, una nera, gomma, matita e libro di testo. Prima del suo arrivo la classe deve essere seduta composta nei banchi in assoluto silenzio. Al suo ingresso tutti in piedi. Lei lancia la frase di rito “Comodi, prego...” e noi dobbiamo sederci. Poi il “paggetto” deve prelevare il soprabito e porlo sull’apposito attaccapanni. Quando suona la campanella, mentre tutti gli studenti sfociano nei corridoi, la sua classe deve aspettare che lei finisca la lezione (con buona pace per il prof dell’ora successiva). Memorabili anche le interrogazioni: sono chiamati a caso due studenti e messi uno di fronte all’altro ai fianchi della cattedra. Sembrano condannati davanti al plotone di esecuzione. In realtà non è così malvagia. Se uno si sente impreparato e decide di non uscire prende uno zero secco. Ma se esce e non risponde alle tre domande di rito gli viene assegnato un uno per “la buona volontà”. Eleonora Scalco

Gli olimpici 2 di Silvia mia Non è vero che tutto è relativo, ma certo lo è stato il mio rapporto con la Boeche (Silvia, per l’esattezza). Provenivo dallo Stalag 17 della vicina via Riale, noto per la solida preparazione culturale e, meno, per le ispezioni dei diari, il controllo a sorpresa delle orecchie, le note assegnate ogni giorno a chi entrava per ultimo in palestra… Rispetto a questo triennio di contenzione l’aria della IV ginnasio del Pigafetta, mi sembrò respirabile. Non per le 16 ore di Boeche, né per la selezione giapponese (da 32 a 16 in V ginnasio), né per l’esclusione classista di chi aveva origini “ignobili”, ma per il clima di rispetto, per l’essere trattati se non come persone, almeno come cittadini, con molti doveri ma anche alcuni diritti. Mi sembrava già un passaggio alla Repubblica, una Liberazione all’arbitro del regime. Ed è stato un duro lavoro di Ricostruzione, dalle dinastie dei faraoni agli irregolari greci, dal liquido rapporto con il duale alle mortali letture manzoniane (per il tono, non per il tema). Ma ci teneva uniti l’idea che i fondamentali del sapere richiedessero questi interventi, queste dolorose infrastrutture. Non ho capito, né allora su di me, né

insegnando la storia italiana agli altri, se poi davvero questo sforzo era necessario, se era davvero l’unica strada per cambiare e crescere. Ho comunque l’impressione che sia servito come una dura palestra di formazione della personalità, di vissuta accettazione dei propri limiti, di gioia immotivata davanti a un sette, di sostanziale rarefazione della realtà per far emergere un io ancora titubante. E sono sopravvissuto. Cosa resta di questa vita consumata tra versioni in latino e traduzioni dal greco senza vocabolario? Dalla Boeche ho imparato il rispetto per lo studente, non l’interesse per il suo pensiero o la sua cultura. Ho imparato la serietà della preparazione professionale, non il gusto per la ricerca e l’innovazione. Ho imparato la correttezza nei rapporti con gli allievi, non la passione per la loro crescita. Faccio il professore anch’io, e in qualche modo alcuni dei miei “fondamentali” dipendono da quella scuola. Non basterebbero, oggi, per fare di un insegnante un buon professore. Bastavano allora, quando ciò che si insegnava non aveva bisogno di essere motivato, talvolta nemmeno spiegato, perché spesso era sempli-

cemente assegnato. Bastavano allora, quando le regole era imposte e i valori da cui esse dipendevano non andavano nemmeno indicati. Bastavano allora, per credere che la scuola è apprendimento il cui successo (o insuccesso) dipende in toto dallo studente. Solo su questo, credo, oggi abbiamo ancora qualcosa da imparare. Siamo passati dal totale disinteresse per le modalità di insegnamento ad una sorta di accanimento didattico. Crediamo di far bene e invece forse sbagliamo, quando cerchiamo di traghettare anche il più demotivato dei nostri studenti ad un livello medio di preparazione. Al di fuori della scuola dell’obbligo questo è un errore. Salvare il salvabile non può essere un progetto educativo. In questo, e forse solo in questo, l’olimpica sufficienza con cui la Boeche assegnava i suoi 2 è ancora lì ad interrogarmi. Non riesco a farla mia, non ne sono umanamente e professionalmente capace, non ho le sicurezze inossidabili che solo la grammatica di una lingua morta riesce a fornire. Ma mi chiedo ancora adesso se, paradossalmente, proprio quell’atteggiamento non mi abbia aiutato a farmi crescere.

città e persone

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Il Comune appoggia l’iniziativa, ma poi la lascia affogare. Nell’alcol

Enotica è già cianotica

Alta Velocità ko: tutte le ragioni per una bocciatura

Alla seconda edizione, il tour eno-musicale rischia già lo stop

Anche dall’analisi costi-benefici è evidente che il supertreno non serve a nessuno

E mentre l’”Ombralonga” trevigiana si avvicina alla sua undicesima edizione, la vicentina “Enotica” è già moribonda alla seconda. O quantomeno sono in molti che vorrebbero farla fuori. Se Treviso può vantare una tradizione ormai decennale e l’Ombralonga contribuisce a rendere la città nota in Italia e turisticamente appetibile, a Vicenza è vietato godersi una giornata di festa all’aperto e in compagnia. Il day-after (domenica 25 aprile) ha visto fioccare le accuse: “Macché beoni, sono imbecilli”. Francamente non credo di essere l’unica ad essermi sentita offesa. Com’è possibile che non sia stata minimamente citata l’atmosfera di festa? E perché ad avere importanza sono soltanto i soliti cretini che colgono un’occasione come un’altra per dare spettacolo della propria lungimiranza? Alle ore 16 in centro si respirava aria di festa. La città era in fibrillazione, le risate risuonavano e per una volta non c’era il solito mortorio a cui siamo, ahimè, abituati. Non sia mai. Dato che a raffreddare gli animi non é bastato l’acquazzone, ci si é messa d’impegno la “meglio cittadinanza” vicentina. Ma quali siano questi atti vandalici non é dato sapere. O meglio, si sa solo che un paio di scostumati partecipanti ha mostrato le propie nudità scandalizzando qualche abitante del centro storico e che altri agitati beoni hanno scosso l’auto di un residente strappandone la targa. Ma le notizie ufficiose arrivano a posteriori. Qualche danno é stato fatto e qualche esagitato avrebbe potuto anche essere pericoloso per chi, come la maggior parte dei partecipanti, stava passando un pomeriggio di festa. Qualcuno infatti, da sopra la Basilica, ha lanciato bottiglie in piazza. Per fortuna nessuno é stato colpito. Il problema però é un altro. Enotica é una manifestazione organizzata dall’Associazione vicentina Magnagotti in collaborazione con il Comune di Vicenza. Comune che era dunque a conoscenza dell’evento indubbiamente prima della dis-

Le argomentazioni a supporto della Lione/Kiev, il celebre corridoio 5 che dovrebbe passare attraverso l’Italia e il Vicentino, sono: 1. la captazione di traffico tra Francia ed Europa Orientale; 2. Il trasferimento di traffico dalla gomma alla rotaia. Mai i 10 paesi dell’Europa Centrale e Orientale - Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Romania, Bulgaria, Lettonia, Estonia e Lituania pesano insieme per circa il 4,2% sul PIL dell’UE a 15: il loro interscambio commerciale oggi, su base annua con i paesi dell’U.E., è pari a meno di due milioni di tonnellate ossia a circa 350 Tir il giorno. Ipotizzando come affidabili le proiezioni fatte dal Royal Institute of International Affairs di Londra, questi paesi impiegherebbero circa 40 anni per colmare il loro differenziale rispetto all’UE con contestuale triplicazione dell’interscambio commerciale. Insomma passeremmo da un traffico giornaliero di Tir di circa 350 a 1000 unità. Si pensi, per fare un raffronto, che nel 2002 sull’autostrada serenissima A-4 sono transitati 260.000 veicoli al giorno di cui un terzo erano veicoli pesanti!

Tutto questo dal punto di vista trasportistico appare irragionevole ancora più se rapportato ai costi d’investimento che sono pari a circa 14,5 mld di euro per la tratta To-Pd (da aggiungere il traforo del Frejus e il costo della Ve-Ts) e al netto degli interessi, dell’infrastrutturazione aerea e del materiale rotabile. Dalla relazione della Corte dei Conti sul bilancio FS risulta che mancano 21,7 mld d’euro per il completamento dell’asse To-Mi-Na e 7,04 mld d’euro per la linea MiPd. Ad est di Venezia esiste solo il progetto preliminare per 30 km di linea tra Ronchi dei Legionari e Trieste e nessuna stima dei costi. Da Trieste a Lubiana non esiste nessun progetto e per la VeneziaRonchi dei Legionari è stato redatto solo uno studio di prefattibilità. Relativamente al finanziamento europeo la cosiddetta quick start list (opere da completare nel prossimo decennio)rende disponibili solo 38 mld d’euro da ripartire tra 31 progetti.

Benefici sì ma a che prezzo?

Le nostre conclusioni

Analizziamo i costi e i benefici della Torino-Trieste* Nella relazione della CIG si afferma che i benefici complessivi al netto di quelli ambientali sono negativi per 2.378 milioni di euro. Se consideriamo anche i benefici ambientali (minore inquinamento acustico, atmosferico e CO2 equivalente), il beneficio attualizzato ammonterebbe a 2.878 milioni di euro. L’opera quindi di là dall’esaltazione mediatica sarebbe importante sotto l’aspetto ambientale. L’argomentazione appare però molto debole perché il risultato potrebbe essere raggiunto più efficacemente e a costi sicuramente minori perché il costo medio di un chilometro della Torino-Milano ammonta a circa 39 milioni di euro.

Si osserva che tra Barcellona e Kiev ( sulle linee ordinarie) ci sono tre scartamenti (distanza tra i binari) diversi e i traffici tra la penisola iberica e l’est non passeranno mai per l’Italia perché il perno naturale è la Germania dove i traffici sono riorganizzati verso Scandinavia, Paesi Baltici, Polonia, Rep. Ceca, Ungheria. Traffici degni di questo nome verso Bulgaria, Romania e Ucraina non esistono e se esistessero sarebbero appannaggio di servizi marittimi tra porti iberici e Costanza e Odessa. Si consideri altresì che il 54 % del nostro interscambio avviene con i Paesi del centro-europa e appare irragionevole non concentrare le risorse sul “tappo” del Brennero e sulle opere di collegamento/potenziamento verso i due importanti tunnel ferroviari ,che saranno completati dagli svizzeri nel 2008, il Gottardo e il Loechberg.

tribuzione dei volantini e dell’adesione dei dieci bar partecipanti. O il Comune si aspettava un flop (ignorando il fatto che l’anno scorso a partecipare erano in molti, pur non essendo l’evento così pubblicizzato) oppure ha pensato bene che non ci fosse bisogno di alcun accorgimento. Allora di chi é la colpa se una decina di scalmanati possono agire indisturbati? E se la città viene ricoperta di bottiglie? Naturalmente di noi “imbecilli” e non del fatto che i bidoni atti alla raccolta del vetro non fossero nemmeno stati svuotati dalla sera precedente. Sarebbe stato poi troppo ingegnoso distribuire per il centro altri contenitori della spazzatura in modo da evitare che le bottiglie venissero gettate a terra. E’ giusto che i residenti del centro si lamentino dei gentili ricordini lasciati vicino alle loro abitazioni. Tuttavia si sarebbe potuto anche arrivare al fatto che bere provoca normalmente la necessità impellente di recarsi ai ser-

vizi, ma posizionare qualche bagno ecologico sarebbe stata un’idea inconcepile. Il problema più grave é però quello dei danni fatti. Impossibile evitarli, naturalmente. Da come se ne é parlato pare quasi che una folla indemoniata e irrefrenabile si sia recata in centro esclusivamente per mettere a ferro e fuoco la città. La realtà non é questa e forse non sarebbe stato così difficile limitare il raggio d’azione dei pochi esagitati. Dov’era la polizia? Certo, alle 20,30 é arrivata per chiudere i bar, ma prima? Sarebbe bastato l’impiego dei famosi “poliziotti di quartiere” per evitare tutto ciò che è accaduto. Se una piccola quantità di persone é riuscita a salire sulla Basilica é perché non c’era nessuno a controllare ed eventualmente frenare. L’organizzazione ha fatto acqua da tutte le parti e al Comune é andata davvero molto bene. Nessuno si é fatto male. Per fortuna, dato che non c’erano ambulanze nei paraggi. L’utilità di accusare tutti i par-

tecipanti dando loro degli “imbecilli” qual é? Sarebbe stato forse più intelligente chiedersi come si sarebbe potuto evitare quel poco che é successo. Pare che Enotica non si ripeterà (ci sarebbe poi da chiedersi se sono d’accordo i bar che hanno guadagnato in un giorno quello che in qualsiasi sabato sera si sognano soltanto). Sforzarsi di migliorarne lo svolgimento sarebbe troppo impegnativo da un anno all’altro. Paesi coma la Spagna o il Portogallo organizzano feste come questa della durata di intere settimane, a Vicenza non si é riusciti a gestire un solo pomeriggio. La cosa più triste é che la quasi totalità dei partecipanti ha vissuto una giornata in allegria, senza istinti violenti e, cosa rara per Vicenza, a contatto con gli altri. Ma per colpa di una pessima organizzazione, che non é riuscita a tenere bada i soliti esagitati, Enotica morirà probabilmente a soli due anni. Sara Sandorfi

Come cambierebbe il traffico passeggeri e merci? Dal Documento del Gruppo di Verifica Parlamentare risulta che il traffico passeggeri interessato all’alta velocità è pari a circa il 12 % del traffico complessivo delle ferrovie. Pertanto, a linea costruita, i treni alta velocità tra Torino e Milano saranno pari a 18 e sulla MilanoVenezia ad 8: i treni con fermate intermedie saranno 16 per la Torino-Milano e 38 per la MilanoVenezia. Per quanto riguarda il traffico merci l’incremento stimato prendendo come base l’anno 1995, orizzonte il 2015 e ad infrastrutture ultimate (… cioè anche con i nodi realizzati!), ammonta al 3 per

1000! Il traffico passeggeri guadaglierebbe due punti percentuali. Il quadro finanziario

Erasmo Venosi Comitato Scientifico Conferenza Permanente Sindaci

*Facciamo riferimento alla “Relazione del gruppo di lavoro economia e finanza” redatto dalla Commissione Intergovernativa Italia – Francia CIG, al Documento della Commissione Interministeriale di Verifica della Torino-Venezia istituita ai sensi dell’art.2 L 662/1996 e del DM 583/1999 e infine agli Studi d’Impatto Ambientale redatti dai General Contractor (CAV-ToMI, CEPAV II) e da Italferr.

PARACADUTE il locale mai banale

tele visioni

La Cucina tra svincoli e tir Nei Musei Vaticani, in una carta tardo Rinascimentale di Vicenza e provincia, sulla via per Verona, è scritto “Olmo – stazione di posta”. Luigino De Gobbi non ha dubbi: è la sua trattoria. D’altra parte è dal 1850 che la famiglia De Gobbi gestisce questo locale, lambito dai camion e da un traffico sempre più convulso, non avendo mai modificato la propria cucina, casalinga, della mamma, delle stagioni e della tradizione. E a proposito di camion uno di loro ha definitivamente distrutto, non molto tempo fa, una statua a soggetto femminile posta su una mensola nella facciata del locale. Veniva da Via Torretti, quando l’Italia tollerava, comperata alla chiusura e messa lì… Superate l’angusto portoncino con la macchina: dentro c’è un comodo parcheggio. Il ristorante è gradevole, familiare, con cortiletto interno che d’estate permette di mangiare all’aria aperta. Fiori sui tavoli, pareti ricoperte di quadri d’ogni tipo, cucina a vista come il doppio focolare che anni or sono Virgilio Scapin definì “cuore e fulcro della cucina” sempre acceso e funzionante. Iniziate con salumi e non ve ne pentirete: pancetta, ossocollo, lardo, ma anche Pata Negra o Parma sono di gran validità. E, sempre, avrete

cipolline e pevaròni sottaceto. Fra i primi la pasta e fagioli, la delicata zuppa d’asparagi e crostini e quella di orzo in crosta di pane sono sempre valide. Ma anche bigoli, tagliatelle, maccheroncini con sughi di stagione (bisi, funghi) per piatti di grande semplicità e bontà. Una menzione speciale agli agnolotti burro e salvia, squisiti. Brace per secondo: vitello, agnello, filetto di manzo, costata, paillard in quantità corpose. La Riccarda dice: “In ristorante non si seguono le diete!” Troverete anche pesce ma è difficile resistere al capretto al forno con patate o al bacalà. Terminate con un dolce all’amaretto o con la crostata al cioccolato. I vini della nostra terra ci sono tutti, con ricarichi equi. Spenderete attorno ai 35 euro e nascerà, subito, la voglia di tornare. Mastro Ghiottone De Gobbi Via Olmo 52 36051 Creazzo (Vi) Tel 0444.520509 Chiuso: venerdì e sabato a mezzogiorno Carte di credito: tutte Voto: 13/20

sabato 1 14.30, St. Universal I tre moschettieri. Brutto, ma non per colpa sua. Brutto come il novantanove per cento dei film tratti da Dumas, forse perché è già talmente 'cinematografico' lui nella sua narrazione e nei suoi plot che è impossibile superarlo. Lasciate perdere e ri-leggetevi il libro. Italia1, 03.45 Il mucchio selvaggio. Western ambientato durante la rivoluzione americana di Pancho Villa, è, secondo me, ampiamente sopravvalutato, e, in fondo, banale e noioso. Leziosa, molto più che violenta, la celeberrima scena della sparatoria finale. Sky, 21.00, Ovosodo Semplice e delicata storia sugli amori e le illusioni giovanili di uno studente livornese degli anni '80. Non sarà da urlo, ma non è da buttare. domenica 2 Sky, 21.00, Debito di sangue. Decisamente, al grande Eastwood i film 'civili' riescono male, come questa storia banale e goffa, troppo simile ad un altro suo flop, Fino a prova contraria. Ma ha fatto tanti e tali capolavori - fino all'ultimo, meraviglioso Mystic River - che gli possiamo perdonare anche questo.

tutti i film della settimana da non perdere e quelli da... lasciar perdere

Quando il cult movie va su 4 ruote In tivù Taxi Driver e Duel, due capolavori con l’auto protagonista Canale5, 10.05, Jumpin' jack flash. Segnalazione una tantum, per riflettere sul mistero della presenza nel cinema di un'attrice assolutamente monoespressiva come Whoopy Goldberg. Mah. St.Universal, 21.00, Taxi driver. Capolavoro, incubo allucinato sulla follia e la solitudine della metropoli. Il grande De Niro forse mai così grande. Assolutissimamente imperdibile. Rete4, 23.30, American beauty. Una delle più intense meditazioni sul significato dell'esistenza che il cinema abbia prodotto. Più che imperdibile: fondamentale. Kevin Spacey è armonioso e dolce, come sempre. La fotografia è di una bellezza da ammutolire. Incomprensibile come Mendes sia passato, da questo capolavoro, a quella sciocchezza leccata di Era mio padre. lunedì 3 Cinema3, 00.40, La chiave. Segnalazione una tantum per invitarvi a (non) vedere questo ennesimo pornosoft ... pardon, capolavoro di Tinto Brass (il cui titolo è stato subito storpiato: indovinate come) e a (non) ammirare le capacità recitatorie di Stefania Sandrelli, consistenti essenzialmente - quando aveva le phisique du role. Adesso non ha più nemmeno quello

- nell'esibire generosamente le sue rotonde terga. Ma il cinema è un'altra cosa. martedì 4 Cinema3, 22.55, Platoon. Da non perdere, tra i vari film prodotti dal cinema americano sul Vietnam: Oliver Stone avrà anche fatto di meglio, ma questo non è affatto male. Rete4, 23.35 La sottile linea rossa. Una delle più immani rotture della storia del cinema (è la storia di un gruppo di soldati americani durante la battaglia di Guadalcanal), al cui confronto Anghelopulos ha la vivacità di un cartoon con Gatto Silvestro, con l'aggravante di una fotografia insopportabilmente retorica. Basti - un'immagine per tutte - la noce di cocco che germoglia sulla spiaggia alla fine. Ma per arrivarci dovete soffrire per tre ore, continuando a mormorare: 'Adesso sarà finito, adesso sarà finito ... ' Rai1, 02.30 Ad ovest di Paperino. Delicato, poetico, lievemente demenziale: da vedere, davvero. mercoledì 5 St.Universal, 21.05, Il dottor Zivago. Ora che non serve più come propaganda antisovietica, si può dire che è una palla micidiale?

giovedì 6 Cinema1, 18.20 Harry Potter e la camera dei segreti. Dignitosa versione cinematografica del romanzo, ben raccontata, ben recitata, ben illustrata: nulla di più e nulla di meno. Davvero bravo e raffinato Jason Isaacs nella parte dell'infido Lucius Malfoy: superiore alla media. St. Universal, 23.20, Duel. Che si può dire, di un capolavoro come questo? Di rivederlo per la centesima volta? venerdì 7 Rai3, 21.00, Air Force One. Ottimo thrilling su un ipotetico rapimento del Presidente degli USA, eccezionale soprattutto, secondo me, per la verosimiglianza dello spunto iniziale. Sky, 21.00, Natale sul Nilo. Segnalazione una tantum, per mettere Boldi e De Sica tra le cose che ci fanno vergognare di essere italiani, come Alvaro Vitali e simili. Rete4, 21.00 I ponti di Madison County. Sciocchezzuola sentimentale e pallosetta: non si capisce perché il grande Eastwood l'abbia diretta, e pure interpretata: c'erano le tasse da pagare? Giuliano Corà

economia e società

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La Vicenza che innova (2). Da 150 anni l’azienda della famiglia Soave è sulla breccia

All’anima del tubo Rivestendo gli oleodotti, la vicentina Socotherm ha conquistato il mondo Dalla produzione e posa degli asfalti al monopolio dell’ industria del trasporto energetico in tutto il Sud America. E’ una lunga, lunga storia quella della Socotherm di Vicenza, una gestione familiare arrivata alla quarta generazione che ha esteso il suo business a tutti e cinque i continenti e che dà lavoro ad oltre un migliaio di persone in tutto il mondo. 145 anni di vita, l’ azienda ha saputo mantenersi sulla breccia perché ha fatto dell’ innovazione e del cambiamento la sua missione. Dalla provincia di Vicenza alla conquista dei due mondi, questa è la storia di bisnonno Zenone Soave, dei suoi nipoti e pronipoti e di una azienda che dalla produzione e posa degli asfalti è arrivata a controllare l’ industria del trasporto energetico in tutto il Sud America.

15-20% del fatturato totale, i numeri che contano si fanno invece all’estero: in sud America, Brasile, Argentina e Venezuela, dove la Socotherm detiene il monopolio del mercato, poi in Africa, e ancora in Asia ed infine in Australia.

La rivoluzione degli anni Settanta Gli anni, i decenni passano e l’ attività di famiglia prosegue tranquilla ed anche piuttosto florida, ma giunge, inevitabile,

Con un moderno processo tecnologico la spa vicentina ricicla il vecchio asfalto. Direttamente sulla strada

Medio Oriente mon amour

Di strada ne hanno fatta (in tutti i sensi) Già, di strada ne ha fatta proprio tanta il bisnonno Zenone Soave, che a metà del secolo scorso iniziò a produrre asfalto per pavimentare città e provincia. Correva l’ anno 1859 e da allora i pionieri del manto stradale Zenone Soave & Figli hanno fatto dell’ industria civile il loro cavallo di battaglia, tanto che, nel 1881, durante l’ Esposizione Nazionale di Milano venne consegnata ad Eugenio Soave, figlio del fondatore, la Menzione Onorevole per i meriti dell’attività svolta direttamente dalle mani dell’allora Ministro Quintino Sella. E fu così che, alle porte del ventesimo secolo (quando, come si scopre dalle pubblicità d’epoca dell’azienda bastava comporre un numero a sole due cifre per comunicare con gli uffici della direzione) bisnonno Zenone ingranò con un’ attività destinata a sopravvivere nei secoli.

I padroni della giungla d’asfalto

il momento del cambiamento: in azienda si sente il bisogno di rinnovarsi, innovarsi, allargare i propri orizzonti e magari varcare i confini del Paese e di confrontarsi con i mercati esteri. L’ occasione da non perdere si presenta nel 1973 a Zenone Eugenio Soave, bisnipote ed omonimo del fondatore, che fiuta l’ affare e non si tira indietro: si passa dall’ asfaltatura delle strade al business della riabilitazione delle pipe-lines. In parole povere un brevetto di rivestimento per acquedotti, oleodotti, gasdotti; nasce così la Socotherm, che anno dopo anno, conquistando mercato dopo mercato, diviene leader internazionale nel settore.

Rivestimento che investimento Nessuno lo penserebbe, ma il rivestimento di queste tubature, rappresenta di per sé il reale valore della struttura: una volta ottenuto il materiale adeguato, infatti, il rivestimento acquista un valore pari a cinque volte quello del tubo. E sì, perché condotti di questo tipo generalmente vengono

adagiati sul fondale di mari ed oceani a due, tre mila metri si profondità. Devono quindi resistere alla pressione dell’ acqua, oltre che, nel caso del petrolio, alla sua elevata temperatura al momento dell’ estrazione. E da prodotto di nicchia, ora il business del rivestimento rappresenta il 95% dell’intero fatturato aziendale.

Ricerca, ricerca e ancora ricerca “Il segreto del nostro successo – sostiene Nicola Calvo, attuale Business Deveopment & External relations Manager – è il costante lavoro di sviluppo di nuove tecnologie: l’imperativo è innovare e rinnovare continuamente il business. La Socotherm, infatti, reinveste annualmente quasi il 3% del fatturato nel settore di ricerca, un dato questo estremamente significativo, dal momento che nessuna azienda concorrente ha mai dimostrato di fare altrettanto.” Dagli anni settanta ad oggi, è entrata di prepotenza nel mercato dell’industria petrolifera, concordando e sviluppando

joint ventures in tutti e cinque i continenti. Oggi è affermata come leader mondiale nel campo dei servizi per l’ industria del trasporto di energia, che applica le più avanzate e sofisticate tecnologie. In Italia è presente con un impianto ad Adria, unità di produzione che lavora in collaborazione con la struttura argentina, e con una “base marina” all’ interno dello stabilimento portuale di Ravenna al servizio dei produttori locali di tubi. Ma in totale gli stabilimenti italiani rappresentano appena il

Oleodotti, petrolio, Arabia: l’equazione è quasi spontanea e la Socotherm non può certo non sentire il richiamo del Medio Oriente. E’ nata così una nuova società a Jebel Ali, negli Emirati Arabi, dove per ora è presente solo un ufficio commerciale che punta a realizzare progetti per il trasporto di petrolio con il Katar e gli Emirati Arabi Uniti. “Laggiù stanno lavorando italiani, americani e arabi assieme, in un buon clima di collaborazione” racconta Nicola Calvo, ottimi presupposti per lo sviluppo di un business anche in un’area geografica che proprio tranquilla non è. E si pensa anche all’Iraq come territorio fertile per un prossimo sviluppo economico, anche se qualsiasi ragionamento per il momento è prematuro, primo perché “le persone che ci lavoreranno saranno esposte in prima persona”, sottolinea Calvo, di conseguenza è un’eventualità questa che deve andare ben ponderata, secondo poi perché in un’ottica di ricostruzione del paese verranno prima le gare di appalti per la costruzione degli oleodotti e poi quelli per i rivestimenti delle tubature. Anna Manente

Anche se oggi il settore petrolifero è il core business dell’azienda, la famiglia Soave ha continuato a portare avanti la sua intuizione iniziale. E anche qui, grazie all’innovazione, ha saputo tenere testa alla concorrenza più agguerrita. Oggi l’azienda è riuscita a sviluppare dei macchinari in grado di riqualificare il manto stradale direttamente in loco. Equivale a dire: se una strada ha bisogna di una riassestata oggi non è più necessario togliere il vecchio asfalto e sostituirlo con del materiale nuovo come si era costretti a fare un tempo. L’azienda dei Soave conta su macchinari in grado di risucchiare l’ asfalto vecchio, rimetterlo in sesto e rigettarlo sulla strada, come nuovo. Un vero e proprio riciclaggio, che offre innegabili vantaggi, non solo competitivi ma anche ambientali. Bisnonno Zenone, non c’è che dire, ne sarebbe stato orgoglioso.

già pubblicati: Taplast (23 aprile)

Tutti i numeri della Socotherm menti in Malesia

menti in Cina

170 milioni 3% di euro di di investimento fatturato annuo in ricerca e innovazione 24 paesi dov’è presente 25 i marchi nel mondo e brevetti

200 dipendenti negli stabilimenti in Nigeria

In Borsa dal dicembre 2002

100 dipendenti negli stabili-

300 dipendenti negli stabili-

50 dipendenti negli stabilimenti in Australia 150 dipendenti nello stabilimento di Adria

Lettere Vicenza abc dimentica il 25 aprile? È stata stupenda la presenza della sinistra in piazza dei Signori in occasione della cerimonia per il 25 aprile. Numerosa, colorata, vociante ed attrezzata di striscioni, bandiere, cartelloni ha saputo ridare il giusto tono ad una commemorazione spesso ridotta a mera parata militare ed avvilita da un centro destra sempre teso a mistificare la storia vera del nostro Paese. Di straordinaria levatura è stato il discorso di Sonia Residori che ha saputo esaltare la Resistenza con motivazioni di grande efficacia. La specificità e la grande importanza del ruolo delle donne nella Resistenza ha trovato nelle sue parole la migliore affermazione. Tutto ciò ha completamente travolto la negligenza dell‚amministrazione comunale giunta alla vergogna di “dimenticare” di far affiggere, per la prima volta dalla Liberazione, i manifesti commemorativi. Detto questo, consentimi tuttavia una tirata d’orecchi a

Vicenza abc in edicola il 23 aprile senza neppure una riga dedicata alla ricorrenza. È un fatto grave che non ha scusanti e che suscita non poche perplessità. Non è infatti pensabile che un giornale che si è affacciato con tantissima fatica nel panorama della comunicazione cittadina come voce nuova ed alternativa possa addirittura dimenticare il 25 aprile che è la data fondante della rinascita italiana dopo la dittatura e la catastrofe. Un fatto del genere non può che determinare disaffezione rispetto ad una testata che deve cercare non solo di affrontare i problemi concreti della città in modo dinamico e serio come pure sta facendo, ma che deve anche avere il giusto spazio per le tematiche fondamentali che fanno la vera differenza tra i due opposti schieramenti politici italiani. Pio Serafin Abbiamo deciso di raccontare il “nostro” 25 aprile assieme al Primo Maggio, in questo numero. Ma accettiamo le critiche. Stiamo organizzando qualcosa per farci perdonare. m.r.

Ma un bel seno è roba di sinistra Scrivo per lanciare il mio messaggio sperando che qualcuno lo raccolga: è ora di finirla di inseguire la destra sul suo stesso terreno. Finiamola di parlare come loro, comunicare come loro, ritroviamo il nostro modo di essere e pensare. Parlo in generale, ma in particolare mi riferisco ad un manifesto di una candidata alle Europee nella Lista Di Pietro Occhetto, quella Silvana Mura che invece di lanciare al cittadino il suo messaggio politico, mette in bella mostra i suoi seni prosperosi in tutte le foto della campagna. Fateci caso, è sempre ritratta di profilo proprio per evidenziare quelle sue belle forme che tanto attirano il maschio latino, forse meno l’elettore. Ora mi chiedo, perché scadere a questo livello di comunicazione dove la donna altro non è che oggetto di un sollazzo (pur virtuale) del maschio? Che faremo la prossima volta, candideremo una

velina a Presidente della Commissione Europea? Suvvia…ritroviamo il nostro modo di essere. Un cordiale saluto e buon lavoro Giovanni Zanin Caro Zanin, ovviamente lei è libero di pensarla come meglio crede ma, per quanto ci riguarda, troviamo la campagna del candidato Mura

piacevolmente sorprendente. Dal suo punto di vista è ora di smetterla di seguire la destra sullo stesso terreno. E siamo d’accordo. E’ anche vero che, da sempre, la sinistra è troppo seriosa e spesso incapace di comunicare in maniera adeguata le sue idee. Spesso la volontà di essere “seri” a tutti i costi scivola nella tristezza. Orribili, ad esempio, quei manifesti con la scritta a caratteri cubitali

“Arrivi a fine mese?”. Voglio dire: già è dura, invocare anche la sfiga mi par troppo… La Mura attira il maschio latino? Beh, da queste parti ci sono più latini che svedesi e il seno (di sinistra) del candidato dell’Italia dei Valori mi pare comunque meglio del faccione di Brunetta. Un cordiale saluto a lei. d.l.

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la città a chiare lettere

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cultura

La guerra per scelta

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L’ambiguo leader raccontato da una testimone diretta della tragedia mediorientale

Un’ora con Arafat

Dal kosovo a Israele il “chi è” della cronista coraggiosa Lo strano incontro tra Milena Nebbia, giornalista-pacifista vicentina

e il leader dell’autorità palestinese, tra foto ricordo e guardie del corpo

Milena va alla guerra. In ferie. Non è uno scherzo. In questo mondo c’è ancora qualche pazzo, o visionario, che decide di passare le sue vacanze in Kosovo piuttosto che a Sharm el Sheik, in Bosnia invece che sulle spiagge di Sardegna. Lei è così: prendere o lasciare. Una che alla pace ci crede davvero, non solo durante qualche manifestazione di piazza. Una che si impegna - in prima persona - per portarla ovunque una vittima urli il suo disperato bisogno d’aiuto. Milena di cognome fa Nebbia, ma lasciate da parte facili allusioni: sulle cose che contano, ha le idee fin troppo chiare. E per il resto, è una persona forte e fragile insieme. Come chiunque altro. Vicentina d’adozione, è attualmente addetta in un ufficio stampa e pacifista a tempo pieno. Nella quotidianità e durante le poche ferie che le sono concesse. A sue spese, è stata finora in Kosovo mentre esplodeva il conflitto etnico tra albanesi e serbi. In Croazia quando la ex Jugoslavia si sfasciava. In Palestina durante lo scontro che quasi nessuno si ricorda più quando è cominciato, tanto è diventato normale che palestinesi e israeliani si ammazzino tra loro. Sempre aggregata a qualche organizzazione umanitaria e pacifista. Il suo compito? “A Nablus, in Palestina, mi mettevo tra la popolazione civile palestinese e i carri armati israeliani. Paura? Certo, portare da mangiare alla gente mentre sai di essere nel mirino di un carro armato non lascia tranquilli. Ma devo dire di non essermi mai trovata in situazioni veramente drammatiche. Non personalmente”. E’ di sicuro un paradosso, ma anche in occasioni tanto eccezionali, “le maggiori difficoltà – racconta – sono derivate dalla convivenza quotidiana con le persone, altri pacifisti, che si trovavano con me. Passi molto tempo con gente che non conosci, con la quale magari non hai feeling. Di cui a volte non conosci la lingua. Insomma, la gestione dei volontari è molto più difficile di quel che può sembrare. E poi…” Poi? “Beh, gente che fa cose del genere non è che sia del tutto ‘normale’…”. Gente come te, Milena? “Sì, forse. Forse come me” e le scappa un sorriso. “E’ che io le cose le voglio vedere di persona. Non basta che me le raccontino. Ad esempio in Palestina ho imparato a mantenere sempre la calma. Sempre. A volte i soldati israeliani – quasi tutti ragazzini – ti provocano, cercano di metterti in difficoltà. Ma se reagisci, può succedere che ti blocchino ad un check point per ore. O si rifanno sui palestinesi che accompagni non facendoli passare. E’ la prima cosa che ti insegnano quando sei laggiù: mai andare sopra le righe. Mai incazzarsi. In un modo o nell’altro, finisci per avere sempre la peggio”. Milena ha un’altra passione. Quel maledetto, meraviglioso vizio, che si chiama scrivere. Fissare sulla carta tutto quello che gli occhi riescono a rubare. E magari poi, capita anche che qualcuno pubblichi le sue parole. Perché sono scritte bene, da una brava giornalista. O anche solo per farle capire che siamo vicini quando lei, Milena, va alla guerra. d.l.

Ramallah. Stringere la mano ad Arafat è come stringere la mano ad un pezzo di storia. Nel bene e nel male, infatti, il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, nonché leader di Al Fatah, è stato tra i protagonisti sulla scena del conflitto israelo-palestinese nell’ultimo mezzo secolo: dalla lotta di liberazione cominciata il 31 dicembre 1964, all’assunzione della guida dell’OLP nel 1969 passando poi per gli anni Settanta in cui il baricentro dell’esilio palestinese si è spostato in Libano. Dal 1974, anno in cui l’OLP viene ammessa alle Nazioni Unite, Arafat svolge un’attività politica internazionale senza tregua ed inizia a confrontarsi con l’allora ministro della guerra israeliano Ariel Sharon: sono gli anni dell’invasione del Libano da parte dell’esercito israeliano, della strage di Sabra e Chatila, del sequestro dell’Achille Lauro e, nel 1987, dello scoppio della prima Intifada, la guerra di popolo condotta soprattutto dai giovani a colpi di pietra. L’Intifada diffonde nella società palestinese il senso partecipato dell’unità nazionale e rilancia nel mondo la causa dell’indipendenza, ma è soprattutto all’origine del primo confronto diplomatico diretto tra israeliani e palestinesi.



è più magro e piccolo di quanto non sembri

I negoziati iniziano ad Oslo e il 13 settembre 1993 Rabin e Arafat si scambiano per la prima volta una stretta di mano e firmano l’accordo di autonomia. Il 28 settembre 1995 ne firmano un secondo seguito dal ritiro delle truppe israeliane dalla Cisgiordania. Lo stesso anno i due protagonisti dividono il premio Nobel per la pace. Arafat metteva così termine ad un esilio che durava da ventisette anni e ritrova la sua terra natale. Ma Rabin viene assassinato il 4 novembre 1995 da uno studente di estrema destra. Il gesto è un colpo al processo di pace. La Storia è spesso retta da avvenimenti fortuiti. Se l’assassino avesse mancato il colpo, la freccia del tempo avrebbe probabilmente preso un’altra direzione. Oggi Arafat vive assediato nella Mukada, il municipio di Ramallah. In arabo questo nome significa “gli altopiani della spiritualità”. In realtà la città non è poi così alta, soltanto novecento metri sopra il livello del mare ed è situata a sedici chilometri a nord di Gerusalemme. Forma un unico agglomerato con El-Bireh. Questo nome è citato 76 volte nella Bibbia. Si racconta che Maria, la Santa Vergine, vi abbia soggiornato più volte. I vecchi abitanti di Ramallah erano per la maggior parte cristiani. Dopo la guerra del 1948 ha conosciuto un afflusso di rifugiati palestinesi che vennero ad installarvisi. Nel

impoverito, mi chiedo perché gli americani si sono preoccupati di andare in Iraq a verificarne la presenza e nessuno parla di quello che accade qui”. La vecchia volpe si è animata, tagliamo l’aria: “E’ noto che lei ama molto i bambini, che tipo di storia studieranno sui libri nei prossimi anni?”



quando Pertini mi regalò la Coppa del Mondo

foto A. Dalla Pozza

Campo profughi a Betlemme

foto A. Dalla Pozza

“Voglio vedere le cose con i miei occhi”

Milena Nebbia e Arafat

1950 la città ritornò alla Giordania, ma dopo la Guerra dei Sei Giorni, nel 1967, cadde nelle mani di Israele. Nel 1988 la Giordania ne diede la sovranità ai palestinesi della Cisgiordania, ma di fatto la città restò sotto l’amministrazione di Israele. Nel 1966, con il ritiro delle truppe israeliane, Ramallah divenne la capitale della Palestina sulla riva occidentale.



racconta: “da piccolo giocavo con bambini israeliani...”

l Presidente Arafat concede circa mezz’ora ai giornalisti. Veniamo condotti in un’anticamera dove gli uomini del servizio di sicurezza ci hanno chiesto di lasciare borse e telecamere, poi passiamo per uno stretto corridoio che dà direttamente nella sala di ricevimento. La stanza è piuttosto spoglia, nessun quadro alle pareti e al centro soltanto il tavolo per le conferenze. Arafat è entrato subito dopo accompagnato dal segretario e da una guardia del corpo. Sfoggiava il suo celebre sorrisetto esattamente uguale a quello visto in tante foto e manifesti, ma appariva più magro e di statura più piccolo di quanto si potesse immaginare, un uomo anziano apparentemente indifeso e remissivo. D’altronde non è che dalla visita mi aspettassi rivelazioni particolari, se non i vuoti cliché della pace coraggiosa e l’appello alla coscienza della comunità internazionale. Da molti Arafat è ormai considerato un pezzo da museo, una figura che nulla incide realmente nella vita politica palestinese e nel difficile rapporto con Israele, da altri

viene invece visto come un finanziatore dei gruppi terroristici, quindi in realtà un oppositore del processo di pace. Eppure quest’uomo quasi ottantenne non è soltanto un’icona, piuttosto dà l’idea di una volpe rintanata: dopo i rituali convenevoli, sfodera una grinta che fa svanire qualsiasi preconcetto. I suoi occhi azzurri sono vivaci e profondi, il tono della voce forte. Alcune volte risponde in inglese, altre volte in arabo con l’ausilio dell’interprete. Parlando muove le sue ceree piccole mani. Si indigna per il modo in cui vengono ridotte in Terra Santa le opere d’arte, patrimonio dell’umanità, non soltanto della parte cristiana, e mostra ai giornalisti le foto della Vergine di Betlemme crivellata di colpi, della chiesa bizantina di Aboud, una delle più antiche della Palestina, ridotta in macerie:”Perché l’opinione pubblica mondiale non si solleva mentre il patrimonio culturale, artistico, religioso della Terra Santa viene distrutto, questo è un problema di tutti, credenti e non”. “La strada storica tra Betlemme e Gerusalemme, tra la chiesa della Natività e il Santo Sepolcro è stata chiusa, l’erezione del muro ha portato allo sradicamento di migliaia di alberi di ulivo - prosegue il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese - una città come Nablus, che ha ospitato il profeta Giuseppe e i suoi fratelli subisce quotidianamente l’aggressione dei tanks israeliani che la attraversano distruggendo strade e abitazioni e rispondendo alle sassaiole dei ragazzi con colpi mortali”. A proposito delle armi usate dagli israeliani, Arafat parla di sproporzione di forze: “Tutti sanno che gli israeliani sono dotati di armamenti che includono armi di distruzione di massa e proiettili con uranio

Arafat sospira: “Quando ero piccolo abitavo vicino al Muro del Pianto e giocavo tutto il giorno con i bambini israeliani, oggi è diventata una cosa impossibile. Io guardo ai giovani con speranza e li ringrazio, come ringrazio anche gli insegnanti perché anche in queste difficili condizioni continuano ad andare a scuola e a fare il loro dovere. L’odio e i conflitti, comunque, non appariranno sui loro libri di testo, non è questo che vogliamo insegnare”. -Città come Nablus attendono da anni nuove elezioni, è verosimile, come affermava Abu Mazen prima di dimettersi, che possano tenersi in primavera? “Tutte le città della Palestina attendono le elezioni, ma non credo che sarà possibile per la popolazione andare alle urne in stato d’assedio, l’unica soluzione sarebbe una forza internazionale di pace che potesse garantirne lo svolgimento”. Il tono si fa più pacato e il sorriso riappare sulla bocca di Arafat quando il discorso cade sui rapporti con l’Italia: “Per noi queste visite sono molto importanti, sappiamo che una buona parte del popolo italiano è dalla nostra parte e lo invitiamo a sostenerci, così come crediamo nel sostegno del Papa e di molti partiti”. “Ricordo ancora con enorme piacere -aggiunge- la solidarietà dimostrata dal vostro Presidente Pertini quando a Beirut mi regalò la Coppa del Mondo che avevate vinto in Spagna, fu un gesto molto significativo”. La mezz’ora è terminata, le guardie del corpo vengono a prendere il Presidente, che però si ferma sulla soglia e saluta gli ospiti uno ad uno posando anche pazientemente per qualche foto e autografando alcuni cataloghi dati in regalo agli ospiti. Usciamo nella luce abbagliante di mezzogiorno, il cielo è terso e la temperatura sui 12 gradi. Facciamo un giro per la Mukada e riprendiamo la strada per Gerusalemme. Ma all’uscita da Ramallah ci attende una fila lunga un paio di chilometri di auto e camion in attesa al check point: ce la caviamo in due ore e mezza. Storie di ordinario assedio quotidiano. Milena Nebbia

Sulle strade dell’Intifada con Milena: “Vorrei stringere tra le braccia quel fantastico dottore ma lui mi allontana: dimentico sempre dove siamo, lui musulmano, io donna e pure straniera”

L’abbraccio proibito con Saber Tornare a Nablus è stato più difficile del previsto. L'estate scorsa avevo incontrato delle difficoltà al check point al primo tentativo di passare, ma dopo tre ore di attesa avevo ritentato e i militari mi avevano fatto entrare. Questa volta, però, la città era "off limits", completamente chiusa in entrata e in uscita, i controlli rigorosissimi, il divieto assoluto, tranne che per le ambulanze. Insieme a me c'erano un collega del Mattino di Padova e un fotografo che avevano chiesto di accompagnarmi perché volevano vedere"The head of the snake"(la testa del serpente), il luogo in cui si dice si nascondano i terroristi più temibili, quelli che rispondono all'occupazione in modo estremo. Si nasconderebbero nelle abitazioni della città vecchia, un dedalo di case ammonticchiate dove risulta impossibile per i tanks israeliani crearsi un varco. Il fatto è che quando i carri armati arrivano a ridosso del centro storico per qualche azione intimidatoria, questo vuol dire che la città viene posta sotto assedio (l'ultimo dura da prima di Natale), vige il coprifuoco, le persone sono costrette in casa, si ferma tutto, per le strade non circola nessuno, dietro i palazzi fanno capolino soltanto i ragazzini pronti a scatenarsi con le sassaiole contro le camionette. A Nablus si registra anche il numero più alto di vittime, "martiri", tra la popolazione, nella sola giornata in cui ci siamo fermati lì, se ne contavano quattro. I funerali diventano dimostrazioni di popolo, i volti dei ragazzi morti (la prima

e la seconda Intifada sono battaglie di giovani e giovanissimi) vengono issati su cartelloni, diventano il simbolo della resistenza, i parenti e gli amici urlano e intonano cori disperati. In queste condizioni riesce facile comprendere perché entrare in città era praticamente impossibile. Allora ho telefonato ai miei amici del "Medical Relief", il centro in cui ho svolto durante il mese di agosto l'attività di volontariato, chiedendo se almeno loro potevano venire al check point, ma i medici erano impegnati con le ambulanze e i ragazzi stavano facendo i turni per portare farmaci e viveri alla popolazione. L'unica soluzione possibile era tentare la via della montagna, cioè aggirare i posti di blocco passando per i sentieri noti soltanto ai locali nella speranza di non fare incontri indesiderati. A spingermi verso questa impresa da novella partigiana, non era, si badi bene, il gusto dell'avventura o dello scoop: sapevo quanto i miei amici ci tenessero a rivedermi, a sapere che qualcuno si ricorda di loro, poi volevo consegnare personalmente del denaro raccolto tra amici in alcune cene per un lavoro ortodontico per uno dei ragazzi più emarginati, proprio uno di quelli che è in prima fila a tirare sassi quando arrivano le camionette. Per questo si è fatto già svariati mesi di galera, ma per lui è motivo d'orgoglio, non di disonore, per lui ogni giornata inizia con quest'idea, il futuro, ormai da molti anni, è soltanto questo. Dopo un'ora e mezzo di cammino

attraverso i campi (fortunatamente il terreno era asciutto) guidati dal nostro fido tassista, Abed, un omone di quasi cinquant'anni, sei figli, otto anni di carcere dopo la prima Intifada e una forma fisica da boxer, siamo arrivati alla periferia della città. Lì ci attendeva un taxi che ci ha caricato portandoci nel luogo che ho sempre saputo essere sicuro, anche nei momenti di maggiore tensione in città, il Centro giovanile presso il "Medical Relief". Taher, il volontario della Croce Rossa palestinese con cui sono rimasta in contatto in questi mesi, era sulla porta ad attenderci: abbiamo bevuto un po' d'acqua e poi ci siamo messi a parlare della situazione: le cose non erano molto cambiate rispetto ad agosto, come sempre loro cercavano di raggiungere le famiglie che abitavano in centro per portare farmaci, pane e frutta, ma l'assedio durava ormai da settimane e resistere era veramente duro. Mentre il collega del Mattino incalzava con le domande, io guardavo il mio amico arabo: non ha lavoro, la sua famiglia è modesta, fare il volontario per aiutare la sua gente è l'unico scopo della sua vita. Quando c'è da fare non si risparmia, è sempre in prima linea, non per tirare pietre, ma per far rispettare i diritti delle persone. Passiamo per l'ufficio del Medical Relief per vedere se ci sono emergenze e proprio in quel momento rientra un'ambulanza. Scende il dottor Saber, lo rivedo con immenso piacere: è stato lui, con la sua Subaru ad

accompagnarmi nei villaggi più sperduti dove settimanalmente teneva una specie di ambulatorio mobile per gli anziani e le donne gravide o i bambini che non possono spostarsi e stare troppe ore sotto il sole in attesa ai check point. Da queste parti tutti hanno un'enorme stima del dottor Saber: è una persona che ne ha viste di tutti i colori e non si scoraggia di fronte a nulla. Faccio per abbracciarlo, ma subito mi allontana: dimentico sempre dove siamo, lui, musulmano, io una donna, per di più straniera, al massimo ci possiamo dare una franca stretta di mano. Lo chiamano al cicalino, deve riprendere il giro con l'ambulanza, faccio in tempo a dargli un piccolo regalo portato dall'Italia, mi guarda con riconoscenza e gli occhi umidi: quanta umanità, le sofferenze del suo popolo in questa guerra infinita non lo hanno reso cinico, ai miei occhi è una specie di eroe. Decidiamo di avvicinarci alla città vecchia guidati da Taher, lungo la strada semideserta incontriamo anche i volontari internazionali presenti a Nablus in questo periodo, ci sono alcuni italiani appartenenti a diverse associazioni pacifiste e tra loro c'è una volontaria ferita. Si chiama Maria Vanzo, è a Nablus da pochi giorni, accetta di parlare e farsi fotografare:"Ma non fatemi passare per un'eroina -sbotta-sarebbe ridicolo in una terra dove le persone davvero rischiano e muoiono ogni giorno". Ci racconta dell'accaduto:stava recandosi insieme ad un

volontario irlandese da una famiglia che abita in una casa pericolante del centro storico per portare viveri, la casa era occupata dai militari israeliani, loro si sono avvicinati con le braccia alzate chiedendo di poter parlare, ma per tutta risposta i soldati hanno caricato. "Vedendo che le cose si mettevano male ci siamo voltati per andare via - dice la volontaria - in quel momento ho sentito un frastuono e un'improvvisa fitta alla schiena, mi sono appoggiata al muro ed è passato qualche secondo prima che mi rendessi conto di cosa fosse successo. I militari avevano aperto il fuoco in atto intimidatorio colpendo il muro accanto a noi, ma alcune schegge di pietra ci hanno raggiunto e una mi si è conficcata nella schiena". Riprendiamo il cammino verso la città vecchia, ma veniamo fermati da una camionetta che ci invita a tornare indietro lasciando passare soltanto i volontari del Medical Relief. Sono già le due del pomeriggio, per noi è meglio prendere la via del ritorno perché non si sa mai cosa può accadere ed è opportuno uscire dalla città prima che faccia sera. Rifacciamo la strada delle colline, siamo tutti silenziosi, la realtà di questa città deve avere colpito i miei compagni di viaggio. Ci fermiamo a guardare Nablus dall'alto, mi dispiace aver lasciato gli amici così in fretta, senza riuscire a trovare parole consolatorie. D'altronde che augurio potevo fargli, magari "cerca di non farti ammazzare?". Milena Nebbia

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