Tra Potere E Destino Vers Def.

  • November 2019
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Tra potere e destino. Riflessioni sull’ambivalenza della figura archetipica della Madre. Marina Praturlon 1. La realtà archetipica. Fra le figure che popolano il nostro immaginario nel mito, nei culti, nell’arte e nella cultura in genere, quella della Grande Madre1 (o delle Madri2) è forse una delle più potenti e presenti nella cultura umana, e conosce uno sviluppo particolare e radicato proprio in Italia e nell’area mediterranea. Nonostante la psicologia abbia messo in luce da tempo l’impatto che queste figure e queste idee primordiali hanno nel plasmare il mondo, cioè nel definire l’orizzonte di valori e di significati in cui la società si muove, la realtà archetipica stenta ancora oggi ad essere riconosciuta come una realtà. A causa di un persistente pregiudizio filosofico e scientifico verso la realtà del mito3, queste figure sono state oggetto molto più di erudizione storico-archeologica e letteraria che di riflessione filosofica e psicologica, col risultato che per molto tempo è sfuggito il senso del loro potere effettuale fra cui, da non sottovalutare, le ricadute psico-sociali che la loro presenza e attivazione implicano sia nei riguardi delle

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Per una trattazione dell’aspetto psicologico dell’archetipo della Madre vedi: E.Neumann, La Grande Madre, Astrolabio, Roma, 1981. Vedi anche C.G.Jung, L’archetipo della Madre, Biblioteca Boringhieri, 117, To, 1990 2 Un esempio eccellente di figura di “Madri” nella letteratura europea si trova nel Faust di Goethe, dove nella Seconda Parte troviamo la “scena delle Madri”. Qui Mefistofele descrive il “regno delle Madri”: Mefistofele: Malvolentieri scopro questi sublimi arcani. Auguste Dee troneggiano in solitudine; l’eterno le circonda senza né luogo né tempo. La lingua si confonde a voler parlare di esse. Sono le Madri! (…) Dee sconosciute a voi mortali, da noi malvolentieri nominate. A ricercar la loro dimora scaverai nel profondo. (…) Nella scena, Mefistofele da a Faust una chiave che gli permetterà di raggiungere il “Regno delle Madri”. Jung commenta: “Il “regno delle Madri” ha non poche connessioni con l’utero, con la matrice, che, come tale, simboleggia spesso l’inconscio nel suo aspetto plastico-creativo.” (C.G.Jung, Simboli della trasformazione, B.Boringhieri, To, 1973, p.129 ) 3 A questo proposito C.G.Jung osserva: “Il fatto che i motivi mitologici fino ad oggi venivano trattati abitualmente in campi di studio diversi e separati, come la filologia, l’etnologia, la storia culturale e la storia comparata delle religioni, non ha favorito molto il riconoscimento della loro universalità e con l’aiuto delle ipotesi di migrazione si è potuto facilmente eludere i problemi psicologici che sorgono appunto da questa universalità.” (C.G.Jung, K. Kérenyi, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, Universale Bollati Boringhieri, To, 1994, p.109). Kerényi aggiunge con una punta di amarezza: “L’autentica mitologia ci è diventata talmente estranea che noi, prima di gustarla, vogliamo fermarci e riflettere. (…) Noi abbiamo perduto l’accesso immediato alle grandi realtà del mondo spirituale - ed a queste appartiene tutto ciò che vi è di autenticamente mitologico -, l’abbiamo perduto anche a causa del nostro spirito scientifico fin troppo pronto ad aiutarci e fin troppo ricco in mezzi sussidiari. Esso ci aveva spiegato la bevanda nel calice, in modo che noi, meglio dei grandi bevitori antichi, sapevamo già in anticipo che cosa c’era dentro. E dovevamo essere soddisfatti del nostro saper meglio, o apprezzarlo più dell’esperienza e del piacere ingenui.” .( Ibid., pp. 14-15)

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persone (quindi a livello individuale) che delle relazioni interpersonali (con effetti di carattere collettivo). Le grandi dee madri dell’antichità europea e mediterranea, così come le Madonne che popolano ogni angolo del nostro territorio (nelle edicole delle vie delle nostre città, nelle chiese e chiesette sparse ovunque, nei santuari, nei luoghi pubblici…) e in generale tutte le figure che dominano il nostro immaginario, non sono solamente l’espressione della religiosità del gruppo dei credenti, ma sono portatrici di significati transpersonali che permeano il linguaggio, il sistema di valori e il particolare “stile” della cultura nel suo complesso.4 Queste immagini sono come uno specchio in cui si riflette la psiche collettiva e quindi possiedono un valore e un potere che non va sottovalutato. Conoscere i miti attivi nel presente5 è utile per comprendere le dinamiche psicologiche collettive, non solo per approfondire la conoscenza del proprio tempo, ma anche per difendersi dalla possessione da parte di immagini potenti e fascinose che spesso catturano inconsapevolmente gli individui con la loro forza di persuasione. La coscienza affascinata da un archetipo, infatti, cade facilmente nella trappola dell’identificazione (la psicologia analitica chiama questo processo inflazione psichica), e attraverso questa mette a rischio la sua personalità, piuttosto che arricchirla di contenuti nuovi. In corrispondenza dell’emersione del femminile in atto da circa un secolo nella nostra civiltà occidentale, possiamo osservare questo processo svolgersi sotto i nostri occhi ovunque le donne si riuniscano e creino una cultura propria. Mi sembra di scorgere un rischio del genere, ad esempio, nei tanti gruppi femminili che si riuniscono soprattutto nel web, attraverso forum, blog e altro, accomunati da una sorta di fascinazione collettiva da parte del femminile archetipico. Questo fenomeno sociale contemporaneo si esprime in vari modi, ma in tutti si può riconoscere l’emersione di una dimensione archetipica, sia che si tratti di rievocazioni o addirittura di ri-edizioni degli antichi Misteri femminili, sia che si tratti di moderni culti neo4

Per una descrizione dell’archetipo vale ancora il giudizio di E. Neumann: “La psicologia analitica, quando parla di “immagine primordiale” o di archetipo della “Grande Madre”, non si riferisce a un’entità concretamente esistente nello spazio e nel tempo, ma a un’immagine interiore, che agisce nella psiche umana. L’espressione simbolica di questo fenomeno psichico è costituita dalle raffigurazioni e dalle forme della grande dea femminile che l’umanità ha rappresentato nelle creazioni artistiche e nei miti. L’emergere di tale archetipo e la sua attività possono essere osservate nel corso di tutta la storia umana: esso è attestato, infatti, nei riti, nei miti e nei simboli dell’umanità primitiva, così come nei sogni, nelle fantasie e nelle raffigurazioni creative di persone sane e malate del nostro tempo.” (E.Neumann, La Grande Madre, op. cit. p.15) 5 Per “attivi” intendo dire che sono percepiti come significativi e quindi si esprimono attraverso immagini, azioni o idee collettive a loro corrispondenti. L’attivazione del mito/archetipo della Madre buona ad esempio, è stato visto rispecchiato nel sistema di Welfare”materno” dei Paesi scandinavi; l’attivazione dell’archetipo della Madre terribile e divoratrice, nella cultura incentrata sul sacrificio nell’America precolombiana, e così via…

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pagani della Dea, o ancora di tentativi di rifondazione del sapere esoterico femminile. Anche l’editoria nata intorno a questo nuovo interesse è ricca di testi totalmente intrisi di questa sorta di fascinazione e deve il suo successo proprio a questa capacità evocativa che sollecita un terreno fertile e altamente ricettivo. Il motivo di questo fenomeno molto diffuso è piuttosto evidente: di fronte al fatto storico incontestabile6 della sistematica spoliazione, umiliazione e privazione psico-fisica del gruppo femminile operata dal patriarcato, il recente processo di liberazione delle donne nelle civiltà occidentali (e non solo) ha liberato energie intellettuali ed emotive per molto tempo rimaste imprigionate, energie che hanno potuto fiorire dopo millenni di crescita stentata e tentativi di soffocamento. Questo fatto epocale, una vera rivoluzione antropologica, ha spinto molti gruppi femminili ad avventurarsi in una disperata, quanto necessaria, ricerca delle proprie origini identitarie: la necessità di dare forma alla propria identità “differente” ha portato, infatti, in maniera naturale alla ricerca di una dimensione simbolica originaria, di un femminile originario, sulla cui base fosse possibile ri-fondare una cultura femminile ormai dispersa, sradicata e derubata della propria memoria collettiva. E’ comprensibile, quindi, anzi prevedibile, che così tante donne siano oggi sensibili al fascino del femminile archetipico. In un certo senso, questo è un fatto positivo perché rende possibile alle donne di costruirsi un ordine simbolico, cioè un terreno, su cui ri-edificare se stesse e una genealogia femminile dopo millenni di alienazione. Così si riscoprono le potenzialità del femminile, il suo potere, i suoi valori, le sue narrazioni, e tutto ciò che potremmo dire appartenga alla “psiche matriarcale”, fra cui, naturalmente, anche il valore della maternità. Questo processo coinvolge anche non pochi uomini e in generale mi sembra salutare per entrambi i generi. Tuttavia, questo processo non è senza rischi. Ogni archetipo, infatti, è una struttura complessa che ha i suoi lati oscuri. Una conoscenza superficiale del femminile archetipico non aiuta a vederne la realtà in tutte le sue sfaccettature e ne alimenta una visione alterata e unilaterale (o edulcorata, o terrificante) che non giova a nessuno, tanto meno alle donne. Il mito, in questo, è un aiuto prezioso perché ci racconta e ci descrive questa grande realtà psichica in tutti gli aspetti, con l’obiettività di un fenomeno naturale impersonale. E il mito ci racconta che nella figura della Grande Madre o della Dea, non è celato solo il materno buono e amorevole, o la profetessa, guaritrice e maga sapiente, ma anche un materno divorante e un sapere/potere 6

Non ritengo necessario giustificare questa affermazione. La letteratura sull’argomento è ormai talmente abbondante, seria e documentata che solo l’ignoranza o la cattiva fede può metterla in discussione.

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distruttivo e violento7. Questo non ci dice solo qualcosa sull’archetipo, ma esprime soprattutto il punto di vista, più o meno equilibrato, delle coscienze. D’altra parte, l’archetipo è una struttura formale che in se stessa è vuota di contenuti: sono le coscienze a “riempirla” di contenuti, immagini e storie, creando mitologie e sistemi simbolici.8 La realtà femminile, ad esempio, smentisce ogni giorno, nelle immagini degli abusi delle donne soldato, nelle attività criminali delle donne mafiose, nelle atrocità delle donne sfruttatrici della prostituzione e del lavoro minorile, nelle madri soffocanti, e così via, questa visione idilliaca della donna-madre. Nonostante il fatto che le donne abbiano un accesso privilegiato (perché cosciente) alle potenzialità del Femminile (che in quanto tale è accessibile ad entrambi i generi), ciò non significa affatto che le donne siano portatrici “naturali” di istanze ecologiste, di etica della cura e di amore universale per il solo fatto che possono essere madri o perché incarnano un Femminile che possiede anche queste qualità. L’errore consiste qui nel confondere l’individuale con l’universale, il personale con l’archetipico. Il Femminile con la F maiuscola non è personale, non è solo “positivo”, e non appartiene in maniera esclusiva alle donne. Non riconoscere questo, significa andare incontro a queste realtà psichiche come pecore al macello, o al contrario rendersi disponibili a diventare carnefici inconsapevoli. In entrambi i casi si è vittime di qualcosa che non si comprende e che non potrà mai essere sottoposto al proprio controllo. 7

Nel mito non esiste solo la Dea Madre che “tesse” la vita, la protegge col suo manto stellato e la nutre con i suoi frutti (come il grano, frutto “demetriaco”), ma anche figure inquietanti che hanno a che fare con la morte, la caccia e la guerra. Nel Canto delle Valchirie, ad esempio, il femminile mostra il suo volto cruento nella forma terribile delle “amiche di Odino” che, intente a tessere insieme, intonano canti di questo tipo: Disteso in lungo e in largo È l’ordito Che presagisce la cruenta strage. Piove sangue. Sui giavellotti s’è levato, il grigio tessuto degli eserciti che le amiche di Odino riempiono con rossa trama. Questo tessuto è ordito con budella umane E gravato di teste umane. Dardi insanguinati sono le aste Cerchiati di ferro sono i bastoni, corre la spola con i dardi. Colpite con la spada la trama della strage! (cit. in: E.Neumann, La Grande Madre, op.cit., p.233) 8

A questo proposito scrive C.G.Jung: “Mi accade continuamente d’imbattermi nell’equivoco secondo cui gli archetipi sarebbero contenutisticamente determinati, sarebbero cioè una sorta di “rappresentazioni” inconsce. Devo perciò ancora una volta sottolineare che essi non sono determinati dal punto di vista del contenuto, bensì soltanto in ciò che concerne la forma, e anche questo in misura assai limitata. Che un’ immagine primordiale sia contenutisticamente determinata lo si può dimostrare solo quando è divenuta cosciente e si è perciò arricchita del materiale dell’esperienza cosciente.” C.G.Jung, L’archetipo della madre, op. cit., p. 28

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Gli effetti distruttivi che l’attivazione di un archetipo può generare in un individuo sono da tempo noti alla psicologia, ma forse gli effetti collettivi di tali processi non sono sufficientemente presi in considerazione neanche oggi, e questo anche a causa del fatto che la nostra cultura continua ad ignorare la realtà e gli effetti concreti dell’immaginario simbolico, considerandolo evanescente e superfluo. Una maggiore conoscenza di questa realtà, invece, credo potrebbe essere molto utile per favorire una crescita sana delle nuove identità, e in particolare di quelle femminili che stanno conoscendo in questa fase storica un importante momento di ridefinizione. 2. Potere o destino? Nella nostra cultura, caratterizzata da millenni di culto dedicato a divinità femminili e da un culto mariano particolarmente radicato, l’archetipo materno ha condizionato fortemente le relazioni fra i sessi e la formazione delle identità di genere, esaltando il potere generativo femminile e il ruolo di collante sociale del gruppo delle “madri”, e più in generale delle donne. Tuttavia, nella sua inculturazione all’interno di un tessuto sociale patriarcale, che è la nostra eredità greco-romana, possiamo osservare la progressiva trasformazione del significato della maternità da quello originario di potere generativo, che possiamo desumere dal culto unico e universale della Grande Madre neolitica, a quello di “destino” o “vocazione” di genere9. Il potere generativo che emanavano le dee e i culti antichi dedicati a queste dee, era un potere nel senso proprio del termine, nel senso che la procreazione riguardava un aspetto 9

Un esempio illuminante di tale trasformazione di significato è dato dalla lettera apostolica Mulieris dignitatem di Giovanni Paolo II (Ed. Paoline, Mi, 137, 12a edizione 2004), in cui il papa si occupa della “vocazione” della donna. Nella Conclusione leggiamo: “Le presenti riflessioni, ormai concluse, sono orientate a riconoscere all’interno del “dono di Dio” ciò che egli, creatore e redentore, affida alla donna, ad ogni donna. Nello spirito di Cristo, infatti, essa può scoprire l’intero significato della sua femminilità e disporsi in tal modo al “dono sincero di sé” agli altri, e così “ritrovare” se stessa.” (p.80) . In un altro passo diventa chiaro quale sia la forma di questo “dono di sé”: “La maternità implica sin dall’inizio una speciale apertura verso la nuova persona:e proprio questa è la “parte” della donna. In tale apertura, nel concepire e nel dare alla luce il figlio, la donna “si ritrova mediante un dono sincero di sé”.” (p.48) Secondo il pontefice le possibili vocazioni della donna sono due: la maternità all’interno del matrimonio, e la verginità, intesa, quest’ultima, come consacrazione a Cristo, e quindi come una diversa forma di unione sponsale che si realizza in una diversa forma di maternità: la “maternità spirituale” (cfr. Mulieris dignitatem, op. cit., p.56). Vedo una stretta connessione fra questa seconda forma di maternità e la moderna “etica della cura”. In entrambi i casi la vocazione della donna rimane, in questa prospettiva, nell’ambito del materno “dono di sé” all’interno di una relazione sponsale. Vorrei fare osservare che nell’opinione espressa dalla Chiesa con questa importante presa di posizione del Papa, posizione che prende le distanze da secoli di tradizione apertamente misogina, la “vocazione” della donna continua a venire decisa in un luogo altro rispetto alla donna stessa, e la definizione dei ruoli di genere proviene da un giudizio che non deriva da entrambi i generi, ma ancora da quello maschile (che sia la persona del Papa o la gerarchia ecclesiastica rigorosamente maschile). L’opinione della donna su se stessa e sulla propria vocazione è significativamente assente nella nostra cultura, sia religiosa che laica. E’, per così dire, una novità culturale.

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sacrale del gruppo femminile da cui gli uomini erano esclusi e che era generalmente esercitato dal gruppo anziano delle donne della comunità. Questo era ancora valido nella Grecia classica in cui i culti, i misteri e i riti iniziatici femminili che riguardavano l’entrata nell’età adulta e nell’assunzione dei “poteri” del femminile, erano vietati agli uomini e delimitavano con una certa precisione il campo del potere femminile. All’interno di questo “cerchio” femminile la maternità non era concepita come dovere sociale, ma come potere delle donne esercitato dalle donne, sia materialmente che simbolicamente10. La comprensione patriarcale del significato della maternità, che è un’interpretazione unilaterale perché priva della comprensione compensatoria matriarcale della maternità11, ha trasformato il potere specifico delle donne, che è quello di generare, in uno strumento atto a stabilirne a priori specificità, ruoli e destini, mettendo le donne nella difficile posizione di essere schiave del loro stesso potere, vincolate dalle proprie potenzialità di genere. In più, a decidere quale sia la vocazione della donna, il suo destino e il suo “genio femminile”, nel bene e nel male, da molto tempo ormai è invariabilmente un giudizio maschile. La storia insegna che laddove il giudizio femminile, i suoi valori, la sua esperienza e il suo immaginario arretrano, lo spazio viene colmato da quello maschile e le conseguenze si vedono anche nel modo in cui le figure e i “tipi” femminili del nostro immaginario si sono trasformate nel tempo. Che siano positive o negative, infatti, esse rispecchiano assai più la psiche maschile, con le sue paure e le sue speranze, che non quella femminile. Le immagini e i “tipi” femminili completi, potenti e autonomi, come le dee preolimpiche, quelle germaniche, quelle celtiche, figure individuali come Athena, Hecate, Artemide, Medea e Circe, o collettivi come le Valchirie, le Amazzoni, le Sirene e le Erinni 12, o hanno subito un significativo 10

La letteratura scientifica sull’argomento è vastissima. Rimando per semplicità, oltre che al lavoro di E. Neumann e della scuola jungiana, anche a quello di K.Kerényi e di M.Gimbutas. 11 Nel lontano 1956 E. Neumann scriveva con lungimiranza: “Tale problematica femminile è importante in egual misura per lo psicologo della cultura che abbia riconosciuto che il rischio dell’umanità consiste oggi, in parte, proprio nello sviluppo cosciente unilaterale e patriarcale dello spirito maschile, non più equilibrato dal mondo “matriarcale” della psiche. In tal senso la descrizione del mondo psichico archetipico del Femminile, oggetto d’indagine del nostro lavoro, rappresenta anche un contributo a una futura terapia della cultura. L’uomo occidentale deve assolutamente pervenire a una sintesi nella quale venga compreso in modo fecondo il mondo femminile, che, peraltro, se isolato, è unilaterale.” (E. Neumann, La Grande Madre, op. cit., p14) Il lavoro della scuola jungiana sulla “psiche matriarcale” ha dimostrato che un immaginario femminile matriarcale si è espresso culturalmente in Europa e nel Mediterraneo almeno a partire dal neolitico, e che la sua parziale e graduale soppressione in epoca storica non è avvenuta senza resistenze e improvvisi rovesciamenti. 12 Tutte queste figure, e molte altre equivalenti, esprimono aspetti della psiche matriarcale nel loro aspetto “potente” e spesso terrificante. Circe si accompagnava a lupi montani e leoni, le Valchirie tessevano il destino di sangue dei guerrieri, e della dolce Afrodite sappiamo che aveva “al suo seguito grigi lupi, fieri leoni, orsi, e veloci pantere avide di caprioli”. Mentre però a noi appaiono figure inquietanti, in un passato non troppo remoto erano ritenute sacre e rispettate da uomini e donne.

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ridimensionamento, oppure sono percepiti come negativi e minacciosi. Le narrazioni che rispecchiano la psiche e la memoria femminile collettiva, come la storia di Amore e Psiche e la mitologia eleusina, sono rare e disperse, oppure ridotte a fiabe per bambini13. Anche il potenziamento della figura materna rientra in questo quadro tutto maschile. L’idealizzazione della Madre, infatti, come è noto, è un problema principalmente maschile dal momento che per crescere l’uomo ha bisogno di differenziarsi e di svincolarsi dall’abbraccio dalla Madre (reale e archetipica) assai più di quanto debba fare una donna. In questa lotta con la Madre14, l’uomo oscilla fra la nostalgia della protezione materna e il desiderio di liberazione, e ciò si riflette nel suo immaginario manicheo fatto di mogli-madri ideali (cioè di donne su cui proiettare il suo modello ideale di Madre, a scapito della moglie-madre reale che è costretta a recitare quella parte), e di prostitute, “donnacce”, “lesbiche” e “zitelle”, cioè di donne che lo tentano pericolosamente fuori dall’abbraccio materno, oppure di donne che rifiutano di recitare la parte loro assegnata di moglie-madre. In questo processo, la figura della dea Madre e Vergine mi sembra che abbia perso progressivamente l’aspetto “virgo” e abbia visto potenziato l’aspetto “mater” secondo la prospettiva maschile, col risultato che il femminile è stato pensato più come oblativo, protettivo e compassionevole, che come autonomo ed energico. Le dee vergini del passato, infatti, erano perlopiù guerriere, autonome, presiedevano rituali di morte e rinascita e non di rado mostravano il loro volto terribile. Anche le dee “madri” erano perlopiù vergini o rinnovavano la loro verginità con bagni in acque sacre che ristabilivano la loro integrità e il loro potere. La verginità delle dee, infatti, significava autonomia dal maschile, autonomia dalla generazione biologica intesa come dovere sociale, potere intatto e delimitazione di un “territorio” invalicabile in cui il femminile regnava sovrano. Qui la maternità non è bandita, ma non è inserita nel matrimonio patriarcale, ed è questo che fa la differenza. La maternità di Afrodite, ad esempio, non la fa sposa di nessuno, e così Demetra agisce individualmente e in maniera indipendente alla perdita della figlia rapita sfidando gli dei e minacciando la terra. Perdere figure archetipiche di autonomia femminile significa perdere l’ “idea”, la nozione, la possibilità stessa di una dimensione specificamente femminile, di un femminile “per sé”, cioè del femminile tout court. Il Femminile diventa “per l’altro”, in funzione dell’altro, in 13

Sull’argomento vedi: M.L. von Franz, Il femminile nella fiaba, Bollati Boringhieri, To, 2002 Di questa lotta con la Madre è piena la mitologia patriarcale, in cui l’eroe solare lotta e uccide la Madre per potersi liberare ed affermare il suo potere/identità. Così è la lotta di Marduk contro Tiamat, di Perseo contro Medusa, di Apollo con la dragonessa Piton a Delfi, di S.Silvestro contro il “draco”della rupe Tarpea, e così via… 14

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dipendenza dell’altro, e questo non per una scelta etica personale ma per una necessità logica. Per ri-scoprire la possibilità di un femminile “per sé” è stato necessario per le donne chiudersi in circoli esclusivamente femminili, creare uno spazio “protetto” dove una

dimensione

autenticamente femminile potesse ri-emergere, ri-accadere… Anche questo esperimento, tuttavia, ha i suoi limiti e i suoi rischi. Il rischio principale è il ripiegamento delle donne su se stesse, il chiudersi in un mondo tutto femminile che rifiuta o ignora la dimensione maschile. Se in un primo momento ciò può rivelarsi utile e forse anche necessario, a lungo andare questa “chiusura” rivela i suoi limiti. L’errore sta nel mancato riconoscimento del fatto che la dimensione maschile appartiene anche alle donne, così come quella femminile appartiene anche agli uomini. La visione manichea secondo la quale le donne esprimono un femminile puro e gli uomini un maschile puro, concezione che appartiene sia alla mentalità patriarcale che a quella matriarcale, è stata da tempo smentita dalla psicologia. La differenza di genere, in altre parole, può riguardare un ordine sovra personale, quello di un Maschile e di un Femminile archetipico che hanno una loro specificità, ma non riguarda allo stesso modo e con la stessa radicalità, i singoli individui. Gli individui sono portatori di entrambe le istanze maschili e femminili, e la prevalenza dell’una sull’altra è più una questione di gradi che un’appartenenza secca all’uno o all’altro campo di esperienza. Secondo la psicologia del profondo l’uomo è maschio perché in lui prevale il maschile, nel senso che la coscienza è prevalentemente maschile, mentre il femminile rimane in larga misura inconscio e non integrato. Per la donna è l’opposto. Per questo Jung parla di un Animus maschile della donna per indicare la figura dell’inconscio femminile. La distinzione ontologica, assoluta, dei due generi, non tiene conto dell’osservazione psicologica ed è sostanzialmente ideologica. Essa costringe le persone in ruoli e tipologie fisse che imprigionano e soffocano la diversità delle espressioni individuali in nome di un ordine naturale preesistente e immutabile di cui non si ha alcuna evidenza. La donna in questa visione deve essere tutta-femminile e l’uomo tutto-maschile, ma questa è una forzatura che inevitabilmente farà le sue vittime. Secondo questa visione, in cui ogni genere è considerato autosufficiente nel proprio ambito, possono esistere solo un patriarcato o un matriarcato, e non esiste una terza possibilità. La realtà psicologica, invece, suggerisce che le due dimensioni possono integrarsi e porsi in relazione perchè ogni persona è il campo di questa integrazione. Cioè è la persona stessa ad essere il luogo della relazione fra maschile e femminile. Conosciamo questa possibilità, anticipata dalla mitologia, nella forma delle nozze

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sacre fra la giovane dea e il giovane dio, evento centrale di gran parte della religiosità antica e moderna nelle sue diverse espressioni culturali. Vista in questa luce, la speranza di provocare un rovesciamento matriarcale, condivisa da tante donne stanche di millenarie vessazioni, mi sembra altrettanto unilaterale e insano che sostenere l’attuale patriarcato. La psicologia autenticamente matriarcale, infatti, considera il maschile inessenziale e funzionale ai suoi scopi allo stesso modo in cui il patriarcato considera il femminile inessenziale e funzionale ai propri. La soluzione non può essere “la ricaduta in un tetro matriarcato in cui l’uomo conduce un’esistenza insipida di mero fecondatore e schiavo della terra”15, ma piuttosto il recupero di una dimensione relazionale che presuppone la differenza dei due principi, ma solo per superarla ad un livello ulteriore di integrazione che lasci dietro di sé ogni parzialità e unilateralità e guardi all’umano nella sua interezza. Ma perché questo accada è necessario abbandonare concezioni rigide e pregiudizi filosofici e religiosi molto radicati. 3. Il pericolo della Madre assoluta. L’addomesticamento del femminile ha avuto nella storia occidentale il suo scopo sociale e probabilmente anche psicologico, ma ha portato con sé conseguenze di portata molto più vasta che non il semplice consolidamento del patriarcato. Nell’immaginario maschile e femminile è stata infatti depotenziata e ridimensionata una parte importante del femminile simbolico, quello, potremmo dire, psichico e spirituale, quello che incarna l’aspetto “potente” e autonomo del femminile. Il disagio delle donne, private della propria sovranità su se stesse e schiacciate sul piano della “natura”16, è la conseguenza più ovvia di questo processo, come ovvia è l’alienazione delle donne dai luoghi del sapere e del potere. Ma qui non vorrei parlare di questo. Quello che vorrei portare all’attenzione è il fatto che l’archetipo Femminile, così potenziato nel suo aspetto solo-materno, è pericoloso sia per gli uomini che per le donne. Per gli uomini… La Grande Madre è assoluta, non ha compagni maschi, è fonte totale di nutrimento e vita, tutto viene da lei e tutto torna a lei nella morte. Nelle statuette cultuali è senza bocca e sempre 15

C.G.Jung, L’archetipo della madre, op. cit., p.50 Le virgolette hanno qui un valore polemico. Quando si parla dell’umano non esiste alcuna “natura” radicalmente separata dalla “cultura”, nessun piano biologico che sia totalmente indipendente dalla storia e dal contesto psico-sociale. Le moderne scienze biologiche e cognitive, specie nella forma delle teorie della complessità, condividono ampiamente questa prospettiva. 16

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gravida, partorisce i viventi e divora i morti accogliendoli nel suo ventre-urna funeraria di forma uterina. Nella forma di Nut-Naunet, è invocata con queste parole: “Nith, l’antica, la madre di dio, signora di Esne, padre dei padri, madre delle madri, che è scarabeo e avvoltoio, che era al principio. Nith, l’antica, la madre che partorì il dio della luce Ra, che partorì per prima, quando non vi era nulla che partorisse. La vacca, l’antica, che partorì il sole e custodì i germi degli dèi e degli uomini.”17

In quanto grande cerchio della vita e della morte, questa immagine primordiale di Madre è onnipotente, generosa e inquietante. Come immagine esterna è ciò che genera la vita e ciò che la sottrae nella morte, come immagine interiore è ciò che genera la coscienza e ciò che la mette a rischio di regressione e di inghiottimento.

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Il maschile la ama ma allo stesso tempo

la teme, perché teme di scomparire nel ventre materno. Per scongiurare questo esito fatale imbastisce mitologie di lotte eroiche al drago materno divorante che poi proietta volentieri sulle donne del suo quotidiano. L’uomo che conosce solo questo aspetto, diffida del femminile e non riconosce nella donna reale che ha davanti a sé altro che questo aspetto inquietante e minaccioso. Di conseguenza reagisce mettendo in campo tutte le sue energie e strategie di difesa a tutto danno delle donne reali. Queste, a loro volta, si vedranno ingiustamente sminuite, protette in maniera soffocante, rese dipendenti e quindi innocue, o al contrario aggredite e ridotte sotto il giogo maschile. C’è da chiedersi quanta violenza sulle donne nasca come reazione maschile a questa paura, e quanta di questa paura nasca dal comportamento “divorante” messo in campo dalle tante madri che al di là della loro identità di madre non vedono altro che un abisso di insignificanza e un vuoto insopportabile. Gli stessi uomini che spingono le donne nel ruolo unico del materno creano le basi di questa relazione insana fra la madre e il/la figlio/a che provoca ogni sorta di danni, individuali e collettivi. Questo non giustifica alcun comportamento personale, naturalmente, ma pone i fenomeni in un quadro più ampio e comprensibile. Un’altra tipica reazione collettiva alla paura del materno è mettere sotto controllo il potere specifico delle Madri, cioè la procreazione, attraverso regole sociali, prassi mediche e pressioni psicologiche collettive. Sottrarre alle madri reali il loro specifico sapere e potere, è un modo per depotenziare la Madre e rassicurare gli uomini. 17

Cit. in C.G. Jung, Simboli della trasformazione, Bollati Boringhieri, To, 1973, p. 240 In effetti, nel mito il tema dell’inghiottimento non è infrequente. L’eroe solare spesso, come Giona, viene inghiottito dal pesce-drago materno. Anche la regressione è frequente, ad esempio nel mito di Circe, che nel racconto omerico fa regredire i compagni di Odisseo al livello animale. 18

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Anche sottrarre alle donne madri la preminenza nella genitorialità, obiettivo di tante organizzazioni di padri e padri separati (ma anche bandiera di tanta psicologia, morale e diritto familiare), è un modo per sminuire il potere che le Madri hanno nei confronti delle nuove generazioni, specialmente nel momento in cui, nei primi mesi e anni di vita del bambino, il rapporto psico-fisico con la madre pone le fondamenta affettive, cognitive e linguistiche del futuro adulto. La maternità affidata alla donna è una minaccia per gli uomini che desiderano avere il controllo sui propri figli, ma il potere materno non può esserle sottratto senza danni. Ogni uomo deve arrendersi all’evidenza che tutti, uomini e donne, nascono da una madre, e che non solo il corpo di ogni singolo individuo, ma anche la coscienza di ogni singolo individuo nasce differenziandosi da quella materna19, e non da quella paterna. La maternità mette l’uomo sotto scacco, pone un limite al suo potere, e questo può essere vissuto come una minaccia. Da una parte l’uomo si prodiga nel cercare di sottrarre o almeno di condividere il potere materno attraverso la sua legge, la sua scienza e la sua tecnica, dall’altro cerca di chiudere la maternità, e quindi anche la sessualità femminile, in una gabbia di regole che ponga il “mistero femminile” sotto il suo controllo. Ottenutone il controllo, e nella misura in cui rimanga sotto controllo, la maternità viene presentata (o imposta) come la dimensione unica della vita della donna, e verrà esaltata come massima virtù femminile, fonte di gioie e di totale appagamento, scopo ultimo, sua propria vocazione. L’apologia del materno si manifesta allora come negazione di tutto ciò che la maternità reale porta con sé come rischio e come sacrificio: si nega il dolore del parto, si negano le morti di parto, si negano le emozioni negative scatenate dalla maternità, si negano la depressione, la solitudine, la stanchezza delle madri, si nega il trauma generato dalle trasformazioni fisiche, le difficoltà sessuali, le limitazioni dei propri progetti di vita, del proprio inserimento nel mondo del lavoro, del proprio tempo, e così via. Non solo la donna si troverà ad affrontare impreparata, sola e senza riconoscimento sociale e aiuto i drammi della maternità, ma anche i suoi sacrifici e le sue fatiche non avranno alcun riconoscimento sociale, saranno, per così dire, invisibili. Anche facendo mille eroici sacrifici, la madre non avrà fatto niente di speciale, nulla di cui essere personalmente 19

Scrive Jung: “ Portatrice dell’archetipo è anzitutto la madre personale, perché il bambino vive in un primo tempo in partecipazione esclusiva, in identità inconscia con lei. La madre è la precondizione, il presupposto non soltanto fisico, ma anche psichico del figlio. Con il risveglio della coscienza dell’Io, la partecipazione progressivamente si dissolve, e la coscienza comincia a opporsi all’inconscio, sua condizione preliminare. Il risultato è la differenziazione dell’Io dalla madre (…).” C.G.Jung, L’archetipo della madre, op. cit., p.60.

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orgogliosa. Poiché la maternità deve essere naturale, appagante e senza sacrifici, tutti i pericoli e tutti i sacrifici saranno negati. La donna-madre avrà solo fatto il suo dovere. Nessun particolare eroismo, nessuna particolare dignità per cui dover essere ammirata: il motivo è che questo riconoscimento le conferirebbe potere e prestigio, e questo evocherebbe lo spettro della Madre potente. Quanto più viene esaltata la figura astratta e impersonale della Madre assoluta, tanto più sarà sminuita la singola donna-madre che si troverà costretta a incarnare un modello irraggiungibile. Così sminuita e depotenziata, la madre personale non è più una minaccia, e l’obiettivo finale è raggiunto. Anche se ci sono mille argomenti di carattere storico, economico, politico, filosofico e religioso che possono spiegare questi fenomeni sociali, credo che in fondo tutto questo può essere spiegato semplicemente come la reazione maschile alla paura della Madre potente. Per le donne… La donna dominata da questa figura di Madre assoluta, a sua volta, si sentirà costretta a uniformarsi su un modello unico che vuole la donna madre all’interno di un matrimonio patriarcale. Lacerata fra il desiderio di maternità e quello di fuga dalla costrizione del ruolo, finirà per oscillare costantemente fra sottomissione e rivolta, accettazione e rifiuto. Assumere il ruolo della Madre, con tutto ciò che questo significa in termini di riconoscimento sociale e psicologico, è comunque un’attrazione piena di fascino per ogni donna. La maternità, infatti, comporta sempre l’assunzione di un certo grado di potere. 20 Tuttavia la donna che identifica il femminile con il materno rischia di perdersi di fronte ad eventi come la menopausa, l’omosessualità o la sterilità. Non sempre la scelta della maternità, infatti, ha successo o è possibile, e in questi casi la donna deve avere ben presente che la sua identità di donna non si identifica con quella di madre, così come non si identifica con quella di sposa di un uomo. Sembra una banalità, ma quante donne e madri vanno in crisi quando realizzano di non poter più avere figli? Di colpo le assale un senso di inutilità, di vuoto. Ogni donna deve fare i conti con una storia millenaria che giudica la donna sterile inutile e sacrificabile. L’apologia del materno raramente è dalla parte delle donne.

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La maternità, non solo la generazione. Questo potere non deriva solo dalla capacità biologica di dar forma a nuove vite umane, ma dall’assumerne la responsabilità in modo totale e indiscutibile di fronte alla collettività. La genitorialità materna può essere biologica o non biologica, ma comporta sempre un potere psicologico e sociale maggiore di quella paterna a causa della radicalità di questa assunzione di responsabilità. Il motivo di questa radicalità può trovare spiegazioni sia sul piano biologico-istintuale che su quello storico e psicologicoarchetipico.

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Analizzare attraverso il mito la struttura e i significati associati a questa figura di Madre, può rivelarsi utile alle donne come agli uomini per dare il giusto riconoscimento a un aspetto della realtà che questo archetipo incarna, senza cadere nell’identificazione e nella possessione che fa del materno una trappola e un pericolo per l’autonomia delle coscienze. Le donne soprattutto dovrebbero imparare a “prendere le misure” rispetto a questo archetipo per non dover sacrificare la propria identità di donna a favore dell’identità di madre, tanto più in un Paese dominato da un’ideologia del materno che ne fa un destino e una vocazione di genere. L’archetipo della Madre infatti, a causa del potere generativo che implica, attira le donne come una sorta di compensazione all’espropriazione del potere sociale. Attraverso questo potere la donna madre può occupare un luogo di prestigio che l’uomo non può sottrarle. Ma questo potere ha la sua ombra. Un’identificazione del femminile col materno è molto rischiosa per le donne perché le obbliga a confinare la propria identità nella maternità (reale o sublimata), di fatto costringendole ad essere madri e a richiedere un riconoscimento sociale sulla base dell’esser madri.21 Inoltre questa identificazione rende le donne portatrici di un potere fascinoso che le rende potenti solo grazie alla perdita dell’integrità della propria persona. Queste donne non sono propriamente se stesse, ma recitano una parte, per quanto eterna e significativa; e tuttavia non saranno mai all’altezza di reggere questa parte. Saranno probabilmente appagate fino al momento in cui i figli non avranno più bisogno di loro, e fuori dal loro ruolo andranno incontro ad una crisi profonda e irreversibile. Sono le madri che non lasciano andare i figli, che li vogliono sempre piccoli e dipendenti, che li torturano perché rimangano sempre sotto la propria ala, perché la loro crescita minaccia la propria esistenza, anzi ancora più radicalmente la propria identità, il proprio senso. Questo accade perché la propria identità femminile è stata ridotta a una sola dimensione e non sono state coltivate le molte altre aree di esperienza a cui ogni donna può accedere nelle diverse fasi della sua vita. Questo tipo di donne, che sono in larga misura responsabili di disagi psicologici noti come “complessi materni negativi”, fanno un torto non solo a se stesse e alle vittime dirette del loro comportamento, ma anche a tutte le donne che non si riconoscono nel ruolo di madre, o 21

Sappiamo che in Italia è stato proprio così. I diritti sociali sono stati i primi ad essere riconosciuti alle donne, seguiti da quelli civili e da quelli politici, e questo in virtù del fatto che le donne sono madri. I diritti riconosciuti alle donne non sono stati riconosciuti alle donne, ma alle madri e in funzione di protezione della maternità all’interno del matrimonio patriarcale. L’acquisizione che le donne sono persone è molto recente, e lo dimostra la recentissima legge italiana sulla violenza sulle donne, che modifica il reato contro la morale a reato contro la persona, come anche il nuovo diritto di famiglia italiano, in cui comincia ad essere immaginata e protetta una maternità extra-matrimoniale.

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perché non possono o perché non vogliono. Vittime del patriarcato, queste donne si rivelano le migliori alleate del patriarcato, e in tutto il mondo le troviamo in prima linea nel difendere le ragioni dei propri aguzzini. Il motivo di tanto fervore è la difesa della propria identità, la paura di perdere se stesse. 4. Conclusioni. Il patriarcato, che teme il potere del materno e forse nasce proprio come difesa da questa paura, ha trovato nel controllo sulle donne, sulla procreazione e sulla sessualità femminile, una valida protezione. L’esercizio del potere e del controllo, infatti, nasce sempre da un senso di insicurezza e di paura. Il problema è che questo controllo viene minacciato continuamente dalle richieste di autonomia femminile che reclamano la sovranità nel decidere il proprio destino e la propria “vocazione”. In questa battaglia le donne non dovrebbero mai cadere nella trappola dell’abbracciare i due estremi opposti costituiti da: •

l’identificazione con la figura della madre che la obbliga a rinunciare, tacitamente, all’identità di donna - situazione che abbiamo discusso nel paragrafo precedente –



al contrario, il lasciarsi espropriare del potere della maternità, questione che si intreccia con la problematica più generale della sovranità sul proprio corpo/psiche.

La conseguenza di questo seconda opzione, infatti, è che il corpo femminile diventa un luogo pubblico su cui è possibile legiferare, decidere e agire senza il consenso materno. La donna madre non sarà più il centro del potere-sapere sulla generazione, sul parto, sull’allattamento, non potrà decidere sul proseguimento o l’interruzione della propria gravidanza, perché tutto ciò è di pertinenza della collettività, su ogni aspetto il padre o addirittura un’autorità esterna alla coppia dovrà poter dare il suo assenso o esprimere il suo dissenso, prendere decisioni che riguardano direttamente il corpo, la psiche e la vita della madre come se questa fosse separabile da quella del figlio. Il bambino che verrà, viene considerato come un’entità a se stante, con i suoi diritti sui quali un terzo dovrà vigilare…Questa astrazione al limite dell’assurdo, questa finzione, è possibile solo perché e fintantoché si ignora il fatto assolutamente evidente che il corpo/psiche della madre è costitutivo di quello del figlio, e quindi si immaginano due entità autonome laddove ve n’è in realtà una sola. Durante la gestazione e anche in seguito, per lungo tempo, i figli dipendono totalmente dall’essere

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accettati, accolti e nutriti dalla madre, sia materialmente che psicologicamente. Non esiste un figlio “in sé” che prescinda da una madre che lo rende possibile, e questo anche se si arrivasse a ridurre la vita umana a semplice dato biologico. Di fronte all’imprescindibile e originaria co-appartenenza psico-fisica della madre e del bambino, gli uomini e tutta la collettività dovrebbero semplicemente fare un passo indietro e rispettare il confine che delimita la dimensione del materno, riconoscere alla madre la sua sovranità e autorità sulla generazione, accettare che la maternità sia affidata a lei e al suo specifico potere. Questo non significa che la collettività debba de-responsabilizzarsi nei confronti della maternità e dei bambini, ma solo che dovrebbe entrare in scena al momento giusto e nel modo giusto. Per esempio, trovo molto ipocrita regolamentare la maternità fino al momento del parto e poi disinteressarsi completamente di ciò che ne segue, scaricando tutta la responsabilità e gli oneri sulla donna madre o, nel migliore dei casi, sulla coppia. La collettività e i padri, dovrebbero prendersi carico della maternità nella consapevolezza del carico di lavoro e di responsabilità che gravano sulla donna, senza sminuirli pretestuosamente, ma soprattutto nel rispetto dell’autonomia della madre e non in cambio del diritto di intervenire in sua vece nelle questioni che la riguardano direttamente. In conclusione, possiamo affermare che la maternità è un nodo cruciale intorno al quale ruota tutta la problematica del rapporto fra i generi. L’aspetto psicologico di questa problematica è di grande rilevanza soprattutto per ciò che implica in termini di comportamenti inconsapevoli e di proiezioni. Nella loro difficile posizione di madri potenziali, le donne si trovano al centro di dinamiche personali e collettive che le vede spesso vittime e capri espiatori, o perché portatrici di una imago materna potente e minacciosa, o perché costrette in un ruolo che non hanno scelto, o perché diminuite nelle proprie potenzialità e confuse circa la propria identità. Una maggiore consapevolezza del proprio potere e del modo corretto di esercitarlo (soprattutto in quanto madri di figli maschi), unita a una maggiore conoscenza delle diverse possibilità che si aprono al femminile al di là della maternità, a un reale contatto con il valore di questa dimensione che abbraccia tutta l’infinita gamma delle personalità femminili al di fuori degli schemi, dei dogmi e dei pregiudizi, potrebbe forse mettere le donne al riparo da molte violenze. Potrebbe interrompere un ciclo millenario di opposte rivendicazioni e incomprensioni, e permettere alle donne di aprirsi in maniera matura all’universo maschile, coscienti della propria forza.

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Riferimenti bibliografici. M. Gimbutas, Le dee viventi, Ed. Medusa, Mi, 2005 Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, Ed. Paoline, 137, Mi, 12° edizione, 2004 C.G. Jung, L’archetipo della madre, Biblioteca Boringhieri, 117, To, 1990 C.G. Jung, Simboli della trasformazione, Bollati Boringhieri, To, 1973 C.G. Jung, K.Kérenyi, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, To, 1994 E. Jung , Animus e Anima, Universale Bollati Boringhieri, 260, To, 2003 E. Neumann, La Grande Madre, Astrolabio, Roma, 1981 E. Neumann, La psicologia del femminile, Astrolabio Ed., Roma, 1975 E. Neumann, Amore e Psiche, Astrolabio Ed., Roma., 1989 M. L. von Franz, Il femminile nella fiaba, Bollati Boringhieri, To, 2002

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