Guerra Dei Secoli [ambientazione Ufficiale Vas Quas - Xantis]

  • November 2019
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VAS QUAS “XANTIS” Ambientazione Ufficiale – La Storia axantis.blogspot.com vasquas.altervista.org

CAPITOLO PRIMO

LA GUERRA DEI SECOLI “Sangue!” Esultò la vecchia…”..e ancora e ancora e ancora!” ridacchio gracchiando, “Caos, distruzione e morte!” continuò. “Quando tutto sarà compiuto non ci sarà più niente qui, non ci saranno più le vostre belle torri! Nessuno vi seguirà più! I popoli vagheranno come greggi nel deserto, insanguinati dalle fruste assassine dei demoni!”. La vecchia cambiò espressione; i capelli bianchi facevano da macabra cornice al viso isterico e scavato ed i suoi stracci luridi e malconci riempivano ora la stanza con il loro fetore. “Deve credermi.” Lo supplicò, ora in preda ad una malinconia angosciante. “Sarà la fine, io l’ho visto!”, e detto questo si buttò ai piedi del letto, piangendo, più per il dolore che per altro. Le sue lacrime lo commossero, ed egli fece per alzarsi. Poi, di colpo, la faccia della vecchia si tramutò in un espressione di panico puro: le orbite vennero scavate dal fuoco e dalla sua bocca uscirono due serpenti. Egli indietreggiò per la paura, andando a finire dall’altra parte del letto, sudato ed impaurito. Si accasciò contro il muro, attonito attese. E mentre la vecchia si svuotava sempre di più, consumata dal di dentro da un dolore indicibile, vide i due serpenti unirsi in una sinuosa danza. Lentamente essi si intrecciarono, e si librarono nell’aria fino a trovarsi proprio di fronte la sua faccia. D’un tratto l’uno mangiò l’altro, e dopo qualche secondo, la sua bocca si spalancò di nuovo e da essa uscirono visioni, sibili confusi, urla e silenzi divini. E vide. Vide la sua terra martoriata da bestie immani, alte a volte fino a due metri, con corazze ed armi di pura terra. Gli occhi assassini, gli artigli sporchi del sangue dei suoi soldati. Li vide arrampicarsi per le mura delle città, squartare la carne dei difensori, divenire i loro più potenti incubi. Vide i

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loro poteri e le mani nere dietro il loro operato; vide le sue belle città, le sue meravigliose costruzioni, ed i loro meravigliosi abitanti ridotti in cenere. Vide Celestia la bella, vide Comantis la Verdeggiante, vide i labirinti di Dedalus B, e vide, in ogni angolo delle strade, le mostruose creature. Un lampo, un rombo, un tremendo fragore, ed un gigantesco martello si abbatté su di loro. Egli si dimenò, si strinse la testa tra le mani. Le sue carni ora sembravano lacerate da quel tremendo colpo, la sua testa, trapassata da mille spade infuocate. Sputò sangue e si distese a terra, ai piedi del letto, in preda al dolore. Poi, un attimo dopo, la stanza dell’Imperatore ridivenne buia e la pace del silenziò torno ad aleggiare sopra quei terribili segreti!

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LA GUERRA DEI SECOLI 1006 DAA Tempo di grande pace per l’Impero di Axantis; sul trono siede l’imperatore Solfami, Elfo Noble appartenente ad un'importante dinastia. Dopo i tumulti per la divisione del Granducato di Dedalus, niente sembra minacciare la vita dell’Emisfero Est. Tuttavia, sogni irrequieti dell’imperatore ed altri strani presagi, inducono le alte cariche del Consiglio degli Elementi a cercarne la causa. In particolare viene mobilitato il Tempio Bianco gestito dal potetene mago Uran, mezz’elfo delle zone della Grande Quercia. Molto tempo, trascorre, un anno, due, fino a quando si scopre che il Mana presente su tutta la superficie dell’Emisfero Est, risultava molto alterato. Nessuno ha la benchè minima idea di come ciò fosse potuto accadere. Addirittura la Zona Interdetta arriva a coprire la cittadina evacuata di Husier. La spiegazione ufficiale, data dal Gran Consigliere Malak, membro del tempio di Dodger, è che ciò sia stato provocato dalla costruzione di altri templi attorno alla zona, ma questo non convince l’opinione pubblica, che resta dubbiosa. Riprendono, quindi, con gran foga, le ricerche e le indagini dei due Templi sulle alterazioni del Magicka. Si erano osservati, inoltre, grandi spostamenti di mana: temporali venuti dal nulla, enormi tempeste che spazzavano il mare e le Isole Siael, catalizzatore dell’Impero. Venivano a crearsi, addirittura, fiumi di Mana, ovvero grandi correnti di energia che attraversavano l’Impero da parte a parte. Facile pensare di poter scoprire la fonte e la foce di codesti movimenti, in quanto essi erano affiancati da identiche correnti, di colore violaceo, che seguivano e deviavano a lor piacimento il loro corso. Spostamenti senza senso, nuovi movimenti nel grande cerchio della magia, inducono i saggi di tutto l’emisfero a cercare spiegazioni riguardo a loschi figuri che, simili a viandanti ed a vagabondi, venivano trovati a volte vicino le

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zone in cui scompariva o partiva il mana. Una prima risposta venne dal Tempio dei templari di Nalis, i cui ministri, erano stati in grado di scoprire le tracce di un antichissimo culto, esistente agli albori delle due ere e poi scomparso. Corrupto, la divinità venerata da questo arcaico culto, era raffigurato come un occhio violaceo, spesso nascosto da nuvole di sangue o da altre strane figure. I saggi dell’emisfero si limitano all’arresto dei vagabondi e al controllo ferratissimo della Magia, senza riuscire a risolvere il problema dell'alteramento del Magicka. In realtà, il culto di Corrupto aveva ripreso vita nell’Isola di Mamorik, in cui, il Gran Sacerdote Hermion, preparava la Grande Guerra ai danni dei popoli. Corruzione ed inganno, erano di fatto i pilastri della cultura dell’Occhio Viola, che, grazie ai suoi poteri, era in grado di elargire, e non solo ai suoi fedeli, una sorta di scambio di favori, con conseguente presa di possesso del potere della persona, nel momento in cui ella veniva richiamata per pagare il suo debito con il Dio. Chissà, in una guerra, quante persone avrebbero invocato il suo diabolico aiuto! Hermion aveva scoperto, da libri appartenenti addirittura a Mamorik il Diavolo, di un antico portale situato vicino la città di Celestia, specchio tra il nostro mondo ed un pianeta chiamato “delle Bestie”, in cui abitavano feroci e selvagge creature autoctone ed il gran Sacerdote nutriva la speranza di usare tali creature come tremende macchine da Guerra. Cercava quindi di acquisire sempre più potere per il portale (ecco spiegati gli ingenti spostamenti del mana), tramite i suoi Sacerdoti, che, da vagabondi, giravano in tutto il mondo di Xantis, e nello stesso tempo, bramava di impossessarsi del segreto che conteneva l’ubicazione della chiave per il portale.

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sorprendere. Con l’agilità tipica della sua razza, balzò in IL PATTO CON GLI SCRECH aria aggrappandosi al soffitto. “BAM!!”. Le pesanti assi del tavolaccio di legno Il secondò adepto, allora, con la mano protesa risentirono del possente colpo, crepandosi sotto in avanti, si sbilanciò, e venne subito fatto preda il massiccio pugno, e l’eco del colpo si propagò della lingua di terra misteriosamente comparsa sopra di lui. all’unisono in tutta la caverna. Gli aguzzi artigli si contrassero subito dopo, ed Poi, lasciandosi cadere, l’animale roteò giù, e il legno scricchiolò sotto quella tagliente presa. diede una tremenda zampata all’uomo, che La cartina sotto di esso si tagliò e si cadde a terra tramortito, con i detriti di roccia a accartocciò, come impaurita ed impotente di fargli dolorosa coperta. “Ferma i tuoi uomini generale”, disse sottovoce fronte a tale energia. Il ringhio dell’animale si fece più poderoso, ed i il sacerdote. “Nemmeno nuove conquiste suoi occhi si socchiusero per concentrarsi bene interessano più la tua brama di potere, nemmeno sull’unico loro obbiettivo, sull’unico loro una nuova libertà?”. Fece un gesto con la mano, e ne uscirono desiderio assassino. “Cosa c’è generale?”, disse la figura finemente sprazzi di natura, rigogliosa e fertile. incappucciata, rompendo l’attonito silenzio che “Libera!” Penso tra se e se il generale. Allentò la presa, e da sotto il cappuccio l’uomo si era creato nella grotta. sorrise. “Forse c’è qualcosa che la turba?”. Ironica e pungente, la frase fu tutto quello che “Vedo che sei ragionevole Generale. Io potrei darti tutto ciò!”. desiderava lo Screch. “Ed i demoni?” Esclamò quasi preoccupato In un attimo il braccio destro gli fù addosso, I muscoli si tesero compatti, ed il suo gesto, l’enorme Screch. rapido come un dardo scagliato, non lasciò “A quelli penseremo noi!”, disse ridendo il sacerdote. scampo al Sacerdote. In un attimo la sua gola fù serrata in una solida Il generale lo fissò. presa, fatta di scaglie ed artigli, di odio e Strinse ancor di più la sua mano attorno alla fragile gola dell’uomo, poi, lo lasciò. disperazione. Gli esseri incappucciati reagirono con una tale “Parliamone.”, esclamò. rapidità che il primo screch si fermò imbambolato al solo tocco della mano del 1009 DAA Le minacce del nascente culto si facevano primo. Essa si era fermata proprio sopra la fronte sempre più dirette, così come si faceva sempre dell’essere, ed i suoi occhi furono più fitta la rete di misteri attorno ad esso. Il immediatamente appannati da una intermittente Consiglio degli Elementi, indeciso sul da farsi e luce violacea che si propagava ora per tutta la preoccupato per le possibili conseguenze dovute stanza; e mentre l’abito dell’adepto volteggiava ad un peggioramento della crisi, decise di usare in preda a chissà quale corrente di follia, la sua il pugno di ferro in materia di giustizia e bocca sprigionava parole morte, che poco a sicurezza, infliggendo pesantissime pene a chi, a poco stavano rendendo succube la mente volte anche ingiustamente, veniva accusato di far parte o di favorire il culto dell’Occhio Viola, dell’animale. Il secondo Screch invece, non si fece utilizzando, inoltre, metodi di indagine disordinati e sbrigativi. Venne così a crearsi una

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sorta di clima di terrore, in cui la paura dell’ignoto e la giustizia repressiva dell’Impero la facevano da padroni. Nel frattempo, all’interno del Culto, che ora contava poco più di mille unità, la soddisfazione aumentava di giorno in giorno: era infatti stata recuperata la chiave del portale. Quest’ultimo si trovava nelle vicinanze di Celestia ed era stato originariamente usato dal famoso Demone Supremo per trasportare agilmente ed in sicurezza le sue truppe nel seno del territorio nemico. Consisteva in una sorta di specchio, in cui si rifletteva il luogo che il sacerdote, o chi per esso, voleva raggiungere. Necessitava di un secondo specchio, che costituiva l’uscita, creando così una sorta di teletrasporto con un unico…”senso di marcia”. Recuperata la chiave il Culto era pronto all’azione: antiche formule e conoscenze arcane vennero usate nei vari rituali dell’Occhio Viola, in cui, i sacerdoti venivano guidati addirittura dall’Avatar di Corrupto: una certa Nereless. I ministri del culto dell’Inganno riuscirono, così, a osservare il pianeta delle bestie, ed a rifletterlo, tramite i grandiosi poteri dell’Avatar, nello specchio di Celestia. Il supremo Hermion, insieme a un organizzato gruppo di Sacerdoti, fu mandato sul pianeta per stabilire un contatto con la razza animalesca promessa da Corrupto quale nuova armata. Ma, affinché il malefico piano fosse compiuto, mancava un secondo portale da poter evocare sul pianeta delle Bestie e che consentisse ai ministri del Culto di far ritorno su Axantis. Lo specchio era, però, perso chissà dove fra le rovine di qualche antico sito nel Gran Ducato di Mamorik e per recuperarlo intervenne lo stesso Corrupto, utilizzando il suo principale potere: la corruzione. Egli è, infatti, in grado di plagiare persino le altre divinità grazie a patti dettati da sporchi ricatti o generosi favori. Xax, dea del Caos, appoggiò il dio Viola a condizione che egli le lasciasse usare la sua armata anche per i suoi scopi e, da Nalis, Dio del

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Tempo, i Sacerdoti di Corrupto riuscirono ad ottenere il potere di teletrasportare il Secondo Specchio da qualunque luogo esso fosse sepolto, a condizione, però, che non fossero loro stessi ad attivare il collegamento tra i due mondi. Quindi, tramite patti divini che obbligavano alcuni Dei all’uso di poteri in nome di Corrupto, i suoi adepti, una volta arrivati sul Pianeta delle Bestie tramite lo Specchio di Celestia, presi i primi contatti, poterono facilmente evocare il secondo specchio. Mentre i preparativi sulla terra volgevano al termine, il Sacerdote Supremo dell’Occhio incontrava il capo delle mille tribù Screch: Schrakazan che, inizialmente riluttante, decise, poi, di accettare il compito di combattere per Hermion e Corrupto, a patto che essi rendessero alla sua razza la libertà perduta e che una parte del pianeta fosse data loro. Gli Screch erano infatti, prigionieri dei Demoni Oscuri che avevano conquistato il loro mondo e Schrakazan e le mille tribù videro, nella guerra di conquista mercenaria, una possibile soluzione per riottenere la loro libertà. Sul pianeta delle bestie tutto era pronto! Sulla Terra invece, furono i sacerdoti di Nalis a scoprire ed a rivelare il piano dei malvagi. La loro divinità era vincolata al silenzio dal patto stipulato con Corrupto, ma questovenne infranto dai sacerdoti dell’Occhio Viola per accelerare la venuta degli Screch su Axantis. Utilizzando al massimo i poteri concessi essi violarono la Storia ed il Tempo e grazie a ciò Nalis potè interrompere il suo silenzio ed annunciare ai suoi fedeli ciò che stava per accadere. Corrupto intanto, aveva già assoldato tramite un inganno, un manipolo di avventurieri per attivare il portale nella grotta di Celestia, ma le guardie imperiale, avvisate dai Templari di Nalis, gli davano la caccia. Negli ultimi giorni del Desex del 1009 DAA, venne scatenata una gigantesca caccia all’uomo, mirata a catturare gli ignari firmatari della condanna Axantina. Essa non riuscì nel suo intento, grazie anche ad

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una semi divinità corrotta e passata dal servizio di Nalis ad operare per Corrupto: BetLor, che, approfittando dei poteri miscelati delle due divinità, riuscì a catapultare il gruppo ingannato, una volta nel passato ed una nel futuro, facendone perdere le tracce alle sette guardie imperiali inviate alla loro ricerca e facendoli, infine, giungere proprio dove Corrupto voleva: nella grotta di Celestia per attivare il portale e collegare, così, definitivamente i due mondi. Una ad una, le Armate di Schrakazan attraversarono il portale, raggiungendo Axantis. Era cominciata l’invasione!

L’INVASIONE 23 Magiures 1010 D.A.A Celestia, Baronato del GranDucato dei Monti Freddi Guardia Scelta Reuck “Da stamattina non facciamo altro che sentire smottamenti al di sotto del terreno. La calma è apparente, ma sappiamo che prima o poi ci attaccheranno. I dispacci dal GranDucato dei Monti Freddi sono già arrivati. Gli ordini dalla capitale sono resistere il più possibile, in attesa che un distaccamento dell’Armata di Axantis venga in nostro aiuto. Ma come è possibile resistere? Il morale dei nostri soldati è a terra. Non riceviamo più nessuna notizia dalle città vicine, e non sappiamo per certo contro chi andremo a combattere. Alcuni, che hanno parenti all’Ovest, dalle parti di Axantis, parlano di una strana razza di Orchi, alti fino a due metri, interamente ricoperti di aculei e spine. Combattono con tutte e quattro le loro zampe, aggrappandosi a qualunque cosa con un’agilità fuori dal comune. Dicono che ci sono anche stregoni tra di loro, che piegano la terra al loro volere. Che sia elementalismo? Non possiamo certo resistere contro bestie del genere. Non sappiamo cosa fare.Eccoli. Stanno arrivando.Ho sentito un forte boato proveniente

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dalla parte Sud del paese, e devo andare a vedere. Mi stanno chiamando. Se non ritornerò, ed avrete la fortuna di leggere queste pagine, sappiate che abbiamo un disperato bisogno di aiuto. Vi prego, fate qualcosa.” “E’ Incredibile, sono entrati! Le mura si sono accartocciate su se stesse, e le loro fondamenta si sono sbriciolate come se non fossero della più possente pietra. Stanno bombardando la parte Sud della città con enormi trabucchi e catapulte, e le loro orde scavalcano e distruggono tutto ciò che incontrano. Non li fermerà niente. Anche questa base non reggerà molto, sarà la prossima ad essere attaccata. E moriremo tutti. Vi prego, vi rinnovo il mio appello. Se leggerete queste righe, cercate di fare qualcosa, e non limitatevi a semplici segnalazioni, rivolgetevi direttamente alla capitale. Il problema è molto più grande e… mortale di quanto pensavamo.Non dimenticateci. Moriremo per questa terra, per darvi il tempo di preparare le vostre difese. Salvatevi combattendo, salvate i vostri figli, e salvate anche i miei, che non rivedrò mai più!” Guardia Scelta Reuck Sabinamo. Terzo Reggimento dei porti. Base Centrale. Padre, e marito. 1010 DAA Era riuscito il piano di Corrupto che prevedeva l’invasione Screch dell’Emisfero Est e la conseguente guerra contro Axantis. Riuscendo ad attivare il portale, le prime avanguardie delle mille tribù lasciarono il Pianeta delle Bestie dirette alla volta di Xantis, per preparare l’assalto iniziale. I Sacerdoti del Dio Viola e i capi degli Screch, comandati da Schrakazan, avevano già pianificato un piano di attacco rapido e letale per mettere in ginocchio uno ad uno i Gran Ducati dell’Est: le tribù erano state precedentemente divise in armate, una per ogni Gran Ducato, ad eccezione di Mamorik, che

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meritava un discorso a parte, vista la sua grandezza e la sua potenza. Vi erano quindi: l’”Armata delle Rocce”, incaricata di Invadere il Gran Ducato dei Monti Freddi; l’”Armata dei Cavalca Lupi”, incaricata di invadere Dedalus A; l’”Armata dei Sanguinari”, incaricata di colpire Moebius; l’”Armata dei Corvi”, selezionata per abbattere Dedalus B; ed infine l’ ”Armata della Morte”, scelta per Axantis. Ad esse si aggiungevano: la “Tribù dell’Inganno”, avanguardia delle mille e prima ad operare in territorio nemico; la speciale “Armata Viola”, destinata a Mamorik, immensa e gigantesca; per ultima, l’”Armata delle Sabbie”, scelta per prendere il controllo del Deserto dei Sarhal. Infine sarebbe stato lo stesso culto, tramite magie e miracoli dell’Occhio Viola, a prendere Goladria. Il piano era semplice, ma allo stesso modo ingegnoso ed astuto. Avrebbe permesso di attaccare l’Emisfero Est su ogni fronte, con rapidi e letali attacchi. Un aiuto, per l'esercito invasore, era offerto dalla struttura stessa sulla quale era stato pensato il mondo di Xantis. Infatti, ancora oggi, ogni Baronato, riconoscibile da una grande torre all’interno della sua città, contiene in essa un portale, collegato agli altri Baronati tramite flussi di Magicka, attivati dal catalizzatore di partenza ed inviati verso il catalizzatore della torre che si deve raggiungere. La persona o la cosa da trasportare, viene quindi scomposta in Magicka ed elemento, tramite la magia runica, ed inviata assieme ai flussi di Magicka attivati. Il catalizzatore ricevente, infine, permette l’esatto opposto, ricomponendo, tramite Magicka ed elemento, la persona. Questo efficiente sistema di “trasporto”, permetteva, quindi, di percorrere ogni distanza nell’Emisfero in brevissimo tempo. Ed era su questi Magitrasporti che la Tribù dell’Inganno puntava. Una volta arrivata sull’Emisfero, grazie ai poteri di Corrupto, essa potè risultare invisibile agli occhi del Consiglio degli Elementi ed alle sue Spie, riuscendo a marciare indisturbata verso il più vicino Baronato: Celestia! La Tribù, seppur

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di numero inferiore rispetto alle Armate, bastava, però, a sopraffare un Baronato, seppur potente, come Celestia, e conteneva al suo interno, oltre a guerrireri Screch ed elementalisti della terra del popolo bestiale, rozze catapulte d’osso ed armi d’assedio forgiate da minerali vulcanici originari del Pianeta delle Bestie. La battaglia ebbe luogo due giorni dopo l’arrivo della tribù, il 23 Magiures del 1010. La sorpresa, la ferocia e la rapidità del nemico ebbero la meglio. Celestia cadde in meno di un giorno. Il faro della Città venne distrutto, mentre, la scogliera che immetteva al grande porto Imperiale, crollata sul fiume Celestia, ora era solo un immenso strapiombo. Chiese, sedi dei templi di Magia e ogni altro edificio vennero rasi al suolo. Solo la torre del Barone restava in piedi, sfiorata solamente dagli attacchi degli Screch dell’Inganno. Decimata la popolazione, distrutta l’intera guarnigione di stanza nella città ed affondate le navi imperiali stanziate nel porto, nulla impediva ora, a questi, di procedere nell’attivazione del portale, grazie alle conoscenze che i sacerdoti di Corrupto possedevano. Furono essi, infatti, ad attivare il catalizzatore ed a permettere di stabilire canali di comunicazione con ogni città dell’Emisfero. Ora gli Screch avevano una roccaforte (Celestia), dalla quale potevano attaccare, grazie alla torre del baronato, ogni angolo dell’Emisfero. Protetta dalla sicurezza della nuova roccaforte, e conscia di poter finalmente attaccare, L’Armata delle Rocce fece la sua comparsa, dirigendosi verso il Nord gelido ed arroccato del Gran Ducato dei Monti Freddi, mentre, come un immensa schiera di morte e devastazione, l’Armata Viola e l’Armata delle Sabbie, andarono ad occupare le pianure di Celestia, aspettando che Corrupto allargasse le dimensioni del portale della città, così da permettere il loro spostamento verso l’Isola di Mamorik. In meno di tre giorni, Xantis, sembrava già piegato sotto il giogo delle armate dell’Occhio Viola. Non contento, Corrupto

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stesso, decise di rendere ancora più semplice e veloce la conquista alleandosi con il popolo Sarhal. Da tempo, quest’ultimo, covava rancore verso i suoi padroni di Mamorik, che avevano strappato loro il controllo dell’Isola e fu facile, quindi, per il Dio della Corruzione impadronirsi, tramite favori e lusinghe, delle menti assetate d’odio e di vendetta dei guerrieri del deserto. Essi concessero agli Screch una via di arrivo per l’isola, mettendo a disposizione tutti i portali dei loro accampamenti alle armate invasori e un patto di non belligeranza con essi. L’Armata Viola potè, così, attraversare il portale, seguita dall’Armata delle sabbie, che ora dava manforte alla prima. Anche l’intera Isola di Mamorik sembrava condannata. Intanto, nel Gran Ducato dei Monti Freddi, le altre armate fecero la loro comparsa. L’Invasione non solo era cominciata, ma era avviata ad una certa e facile vittoria.

LA RESISTENZA DEI POPOLI Lentamente le due ragazze ridiscesero il sentiero che, la notte precedente, avevano percorso per dormire lontano dagli orrori della città. L’ansia di non ritrovare i loro affetti e le loro famiglie, le accompagnava dai primi raggi di quel tiepido e spento sole che ora lottava per non esser sopraffatto dai minacciosi nuvolosi neri, che buttavano sulla cittadina un ombra grigia e triste. Mentre avanzavano faticosamente, incalzate dalla voglia di casa e rallentate subito dopo dalla legittima paura di non ritrovarla, le ragazze cominciarono a riveder il paesaggio esanime della città. Piccole casupole con i comignoli che fumavano, erano affiancate da capanni per gli attrezzi malridotti, e gli orti, grandi come francobolli, si confrontavano giorno per giorno con le erbacce ed i ruderi, per conquistarsi nuovi pezzi di terreno. Tutto sembrava un costante e defunto ammasso di disperazione, le case, gli orti, i pochi passanti, la natura circostante e gli inesistenti animali le cui carcasse giacevano ora tra recinti semidistrutti. Procedendo, si

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diressero verso il sentiero che portava al centro città. “Tu credi che saranno arrabbiati con noi?” disse Eveline, la più piccola. “Non ne ho idea sorellina, ma dopo l’ennesimo attacco non potevamo certo restarcene chiuse in casa aspettando…” Gli occhi della ragazza si tinsero di tristezza, e la sua voce venne interrotta da un groppo di malinconia. Poi riprese. “Non preoccuparti, vedrai che staranno tutti bene”, disse ala piccola che ora a stento tratteneva dai grandi occhini azzurri le lacrime. L’abbracciò forte, cercando di farle sentire tutto l’amore della famiglia, ora che solo lei e sua madre erano rimaste. “Sorellina ho tanta paura!”, esclamò Eveline singhiozzando. “Lo so sorellina mia, lo so…” Arrivarono al centro città. In una casa, ormai distrutta, una vecchietta sbirciava dalla finestra divelta, andandosi poi a rintanare nella penombra. Percorsero tutto il viale, poi svoltarono a destra, e successivamente a sinistra, per ritornare nel vicolo natio. La porta era scardinata, e segni di graffi la percorrevano lungo tutta la sua altezza. Le finestre avevano i vetri rotti, e dal tetto, una flebile striscia di si andava a ricongiungere al grigio temporalesco del cielo. “Mamma…” esclamò la piccola, “Mamma siamo tornate mamma…”. Dalla porta della camera nessun rumore, se non l’angoscioso silenzio dello sconforto. Poi, d’un tratto, un ghigno le colse di sorpresa. Sul soffitto, uno di quegli orrendi mostri stava preparandosi a saltare. Un grido di terrore scosse l’apparente calma, poi lo Screch si mosse. Con un balzo fu subito sopra la più grande, e con un enorme zampata la fece rotolare fino all’angolo opposto della stanza. Conficcò gli artigli al suolo, ed accucciandosi, scattò.Restò fermo con le zampe anteriori, ma con quelle posteriori, passandole in mezzo alle due ancora arpionate al terreno, sferrò un tremendo colpo in faccia alla ragazza, che in un vermiglio getto di sangue, si ritrovò con la testa

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nella parete. Soddisfatto, l’animale si girò verso la bambina, che giaceva terrorizzata in un angolino della stanza, nell’ombra. Si alzò in piedi, a malapena, si riappese al soffitto e si preparò al lancio. Poi, una tremenda vampata, lo fece ricadere. Rotolandosi per terra la bestia stette alcuni secondi a grugnire di dolore tenendosi le mani ormai bruciate, poi si rivolse uno sguardo furioso verso il nuovo venuto. Una sagoma scura si stagliava contro la debole luce mattutina, scura ed alata, con due corna possenti sul capo “Schiavo!”, disse con disprezzo quest’ultima, “Striscia nel letame dai tuoi legittimi padroni!”, e con questa frase, preso dall’ira e dall’odio, protese la mano, e in un attimo, contorcendosi, lo Screch si accasciò a terra. La sua faccia divenne un inno al dolore. “Cos’è?”, disse il demone, “Non combatti più ora?” Lo Screch si piegò su se stesso. “Miserabile, non sei degno di lottare per la tua libertà!”, e con un gesto, richiuse la mano in un pugno nero. Lo Screch, con un animalesco ruggito, si paralizzò, per poi restare congelato ed immobile, contorto in un’inimmaginabile espressione di puro terrore “Vieni umana”, disse poi il demone calmandosi. “No, non vengo con te!” Disse la bambina piangendo, “La mia mamma dice sempre che… Sei un Diavolo, sei cattivo!” urlò. Il demone fisso il cielo, carico di pioggia. “E’ finito quel tempo piccola, è finito…” Poi, si avvicinò alla bambina, la prese dolcemente in braccio, e si librò nel cielo denso di mistero. 1010/1011 DAA La rapida e sconvolgente invasione delle Armate degli Screch aveva letteralmente piegato il consiglio, svilito dalle ingenti sconfitte militari e dalla perdita sia del consenso popolare che della capacità organizzativa della resistenza. Le richieste dei governanti d’oltremare,

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sull’isola di Mamorik, giungevano confuse e sgomente nel castello delle Quattro Torri, dov’era situato in quei giorni il Consiglio degli Elementi permanente. Minacciati dalla fretta e dal panico che incombeva, l’Imperatore Solfami e tutta la giunta, decisero di rispondere con rabbia e potenza all’attacco appena avvenuto, gettandosi a testa basta nella mischia, contro un nemico che, purtroppo, non conoscevano ancora. Dai vari Gran Ducati, le armate si mossero e le velocissime Navi Imperiali fecero continua spola tra il Gran Ducato di Axantis e quello di Mamorik. Da Moebius venne mosso il più grande distaccamento dell’Armata Axantina: intere schiere di mantelli azzurri partirono dalle basi militari e dalle arene del Gran Ducato per fronteggiare la minaccia aliena. L’Armata delle Valli si mosse in grandi e compatti blocchi di cavalleria e di fanti, dai torrioni di Dedalus A e Dedalus B scesero le più imponenti cariche; anche i figli delle foglie partirono per Mamorik. L’Armata dei Taglia Gola venne assoldata dall’Impero per assistere le altre nell’arduo compito di fronteggiare le truppe invasori e, infine, l’Armata Imperiale lasciò le vie di Axantis ed il suo Gran Ducato, alla volta del fiume Origan, dove si erano fermate le Armate Viola e delle Sabbie, comandate da Schrakazan in persona. Tutto l’apparato militare dell’Emisfero si era, dunque, mosso per salvare Mamorik da sicura sconfitta. Intanto, nei Monti Freddi, il Gran Duca Nano Braugh dell'Est, discendente delle casate del Granito, aveva organizzato un estenuante difesa delle sue città, arroccandosi sui centri abitati delle montagne e formando il “Battaglione degli Spacca Pietre”. La strategia usata sembrava portare i suoi frutti, visto che, dopo l’iniziale perdita dei Baronati e delle città costiere, ora gli Screch si erano fermati ai piedi delle montagne. Dall’altra parte dei mari interdetti, invece, sul fiume Origan, l’armata Screch stava avanzando e, nonostante

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la buona resistenza da parte delle truppe Nere di Mamorik (la milizia interna del Gran Ducato), continuava a conquistare sui campi di Battaglia Lorrin su Lorrin. Le mura nere e dorate dell’antica capitale dell’Emisfero già si scorgevano e le Milizie Nere non riuscivano a nasconderle dalla lunga mano Screch: Mamorik era sempre più vicina. Ma, anche le quattro Armate dell’Impero, erano finalmente riuscite ad approdare sul Deserto del Sarhal, dove, la forte e squilibrante condizione atmosferica avversa, ebbe la meglio: le truppe Imperiali rallentarono molto sul suolo avverso e desertico, senza neanche riuscire ad entrare in contatto con la popolazione Sarhal. Questa, inoltre, grazie al patto con Corrupto, non era stata toccata dalle armate di Schrakazan, anzi, aveva dato man forte alle sue truppe permettendo la costruzione di insediamenti e templi, dedicati all'Occhio Viola e ai suoi sacerdoti, che fornissero da base militare provvisoria alle due armate. Per rendere tutto questo possibile, i Sarhal, soggiogarono ancora una volta i Tamuraji, grazie anche all'aiuto di Corrupto. Ma più a Est, il fronte sul fiume Origan era sempre più instabile. Gli Screch stavano per sfondare le linee difensive e le truppe mandate dall’Imperatore erano molto lontane. Le due armate invasori giunsero fin sotto le porte di Mamorik, e, preparati i loro elementalisti ad accartocciare le pietre di Portal di cui queste erano formate, si apprestavano al saccheggio della Città Nera. Ed è qui che accadde il primo miracolo! Un immenso essere, in forma umana, seguito da poche centinaia di seguaci in tuniche viola e grigie, sbaragliò le due intere armate, colpendo a destra ed a manca con il suo immenso falcione. Il suo nome era Thor, futuro Dio dell’Illusione. Macinava intere schiere di nemici, mettendone in fuga altrettanti. Thor, figlio di Xax, l’uomo divenuto Dio. Era stato mandato dalla Dea Rossa, Xax, per punire le armate di Corrupto venute meno al loro patto: il dio non aveva concesso, alla dea del Caos, di comandare

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personalmente un armata. Thor, insieme alla Milizia Nera ed ai suoi seguaci, riuscì a mettere in fuga entrambe le armate, che, ormai quasi completamente annientate, ritornarono nei Monti Freddi, presso la roccaforte di Celestia, grazie ai portali del deserto. L’esercito di Corrupto era stato mietuto come grano al sole dall’immensa forza distruttrice del Caos: Thor. Le Imperiali, ormai prossime all’arrivo, non erano, però, a conoscenza dell'accaduto. Ma l’avanzata nel deserto, aveva riservato molte sorprese: nei templi del Sarhal dedicati a Corrupto, erano state apprese varie informazioni, libri e scritti recenti che parlavano di Intere Armate, otto addirittura. Un numero di certo maggiore a quante se ne aspettavano. D’improvviso, il dubbio e il timore di essere stati ingannati cominciò a camminare a fianco del potente esercito dell’Imperatore. Arrivati all’ormai libero fiume Origan, poterono constatare, con amarezza e terrore, che solo due delle otto schiere di invasori arrivate nell’Est erano state sbaragliate dal nuovo Dio. Senza perdere tempo le navi Imperiali issarono nuovamente le vele, puntando verso l’altra parte del continente, che si mostrava ora spoglio e nudo di fronte all’Inganno che l’Occhio Viola aveva teso al Consiglio degli Elementi, ma era troppo tardi. L’Armata dei Cavalca Lupi, l’Armata dei Sanguinari, l’Armata dei Corvi ed infine l’Armata della Morte, erano già in marcia verso Axantis: la capitale era stesa sulla ghigliottina del Dio dell’Inganno. Il panico si propagò per la Nazione, per i Ducati, i Baronati e le Città tutte; ogni cosa sembrava prossima alla fine e la morte rideva beffarda puntando gli occhi verso l’Imperatore, conficcando sempre più a fondo il suo coltello nelle piaghe dell'impero. Ma in questo clima di terrore e disperazione, due divinità, Chaleir e Dodger, sorrette da Adelay, infervorarono i cuori degli Elfi Noble di Esmeralda, Santa città elfica, nascosta tra i monti di Dedalus B, che scesero in aiuto della

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capitale minacciata. In groppa ad un potente drago d’Acqua, l’imperatore elfico Endafuinor guidò il suo esercito verso Axantis, sostenendo la causa della vita contro quella della distruzione, araldo di salvezza in un mondo ormai perduto. Schiere di arcieri elfici, picchieri, cavalleria alata delle alte montagne, maghi runici, perfino due draghi, vennero a difendere la città imperiale. Anche dai boschi dei Sempre Verdi, dalle duecento torri di guardia degli Elfi dei Boschi, giunse l’aiuto per l’imminente battaglia: l’Esercito degli Alberi, con Eleaunor Midae, Re dei Boschi, si schierò a baluardo della capitale. Dieci giorni di combattimenti, assalti e ritirate, conquiste e perdite di terreno: i Dieci giorni di Axantis. La difesa e la vita ebbero la meglio, ma ad un caro prezzo: a migliaia perirono gli Elfi, Esmeralda non si ripopolò e il Santo popolo dei Noble non riuscì più a risollevarsi. Gli Elfi dei Boschi, invece, riuscirono a salvare alcuni dei loro e a rifugiarsi all’interno del Reame della Grande Quercia. Ma, alla fine, il risultato era stato ottenuto:la capitale era salva. Le armate di Corrupto, però, non erano state distrutte, ma ricacciate, con successo, tra la Capitale dell’Est e la Zona Interdetta. Venne, in tal modo, recuperato tempo prezioso, quello di cui necessitavano le grandi Navi Imperiali per riportare le truppe verso il nuovo fronte: la guerra non era ancora finita.

futuro, da cavernosi artigli e soffocato da ignobile terra. Divina schiera di uomini e donne di ogni razza, che si apprestano a combatter per la loro esistenza, per la loro realtà. Ma la libertà, oh, la libertà. Essa è la loro bandiera! Avanti allora, rombo di tuoni in un possente squillar di trombe e corni. Note diverse si propagan per tutta la vallata, pensieri e lingue urlano lo stesso desiderio. Svariate le bandiere, diversi i colori, gli stendardi e le Nazioni. Ma come un unico corpo, eccoli! Visione maestosa è la cavalleria che come fulmine in un temporal s’appresta a scagliar sui fianchi dell’arduo nemico tute le sue potenze. In entrambi i lati, Tareb maculati hanno in sella i valorosi delle Valli. Spade al sole, cavalcan rivestiti della semplicità e dell’onore che li distingue. Migliaia, son giunti fin qui, per segnar con le loro gesta la vittoria nel giorno del trionfo. Insieme, con popoli sconosciuti, essi cavalcan fianco a fianco, spalla a spalla, accanto ai possenti Metzebù. Archi giganti, gestiti sapientemente dagli uomini del Deserto, Tamaruji e Sarahal, forse, per la prima volta insieme. Braccia diverse, braccia che tendono la corda di uno stesso arco. Fischian le loro gigantesche frecce, accompagnate dall’urlo agghiacciante dei Garchek delle montagne. Cavalcan feroci, ruggenti, selvaggi. Brandiscono asce, spadoni ed enormi falci, i possenti uomini delle montagne. Ma anche Felinidi, neri in manto ed anima, ed altre creature, tribù riunite nel loro caotico mondo. EPILOGO Rozze e pesantissime le loro armature: in esse “Da quest’alto colle, mirabile è la visione del son rispecchiate le tozze e forzute figure dei campo di battaglia. nani. Saliscendi, immense pianure. Pochi i boschetti Gloriosi e fieri, ricoperti da corazze forgiate che si affacian timidi, a veder la più grande di dalle loro stesse mani esperte; barbe tutte le schermaglie, la più maestosa di tutte le intrecciate, stan fieri con l’intelligenza e imprese, la madre di ogni battaglia! l’esperienza della terra al fianco. Enormi barili Oh, quale stupenda cosa che è il cielo oggi. accesi da fuoco brillante, dilaniano le carni del Anche l’Ileo par essersi fermato per dar luce ai nemico, creando scompiglio ed enormi vuoti nostri Santi eserciti, per dar sostegno e conforto nelle loro file. Balliste, Archibugi e catapulte, a chi è già dilaniato, nel suo passato e nel suo scaglian lontano il loro immenso sapere. Qual

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incanto poi, le truppe che a terra, spada a spada, con muri di lance, sovrastate dal fuoco di esperti arcieri, metton le loro vite a baluardo della salvezza dei popoli. Armate Axantine, fatte di uomini votati alla salvezza, incatenati alla vita dalla loro stessa natura, legame inscindibile con gli Dei. Contrastano gli animaleschi invasori, nel conforto delle loro armature di Portal, sorretti dall’incrollabile valore di quel simbolo che, orgogliosi, palesano nei mantelli azzurri. E’ tutto il genere umano a dar forza al braccio che colpirà oggi il miserabile nemico. Dalle schiere si ergono i troni delle Matrone di Mamorik, lunghi gli archi ed i coltelli avvelenati di Powel e Rajel. A terra poi, riflessi d’oro, di diamante, di luce pura, stan quieti gli esseri che per primi camminarono in queste terre, calmi e pacati, aspettando di distruggere, a costo della loro stessa esistenza, coloro che impunemente han camminato per troppo tempo sulla loro terra. Armati e non, con nobili tuniche e con paradisiaci spadoni, su carri, in cielo, Magickamente già in battaglia nelle menti del nemico, ombre di luce, esercito della Santa nazione elfica. Ritti gli stendardi, le bandiere dei monti e delle pianure, rappresentanze di monti e di fiumi, carri adornati di immense ricchezze, cristalli trasportati sulle schiene di magnifici animali alati, Aquile dei monti Freddi. Così, esercito vero e parallelo, le elfiche armate salveranno Xantis. Ed ancor minoranze che oggi si ergeranno a potenze, di fiume e di cava, degli alberi e delle città, Hobbit, Daimani e Nani: le voci si alzano all’unisono nel medesimo canto di vittoria. Nel ciel, dispiegan le ali, i demoni dell’oltremondo e dell’Est, che adirati lanciano sullo schiavo le loro fruste di potenza, fatte di lingue di fuoco e di spade di ghiaccio, artigli diabolici e picchiate d’inferno. Il cielo allora, nel culmine della battaglia, si palesa in tutta la sua potenza. L’Ileo nostro di

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dorati raggi e di calorosi riflessi, celeste diviene, fino a tuffarsi nell’oceano del blu più profondo. Trema la terra, straripano i fiumi, gorgoglia il magma sotto le nemiche schiere. Nubi di zaffiro ricoprono la volta dell’Est, e saette van da un estremo all’altro, ferendo a destra ed a manca: ribellione di una natura adirata di fronte a tanta morte. Ribellione scatenata da bianche e nere tuniche, unite in un tempio fatto di incantesimi e di riti, di formule e di suppliche, per scatenar sul nemico in innumerevoli forme l’adirata collera dei liberi popoli, e per far da scudo ai valorosi che muoion per i loro figli. Si abbattono poi sull’orda animale, le potenti mani degli dei che ora generosi dispiegan sulle alte vette miracoli per i loro seguaci. Non vè tempio per l’uno che non sia anche per l’altro, non vi è preghiera per l’uno che non sia stata recitata assieme ad un'altra invocazione. Riuniti, son i due dei sacri opposti, insieme le divinità elementari. Presenti anche, tempi e bellezze di ere antiche e future, in cui, sempre e comunque, un occhio di porpora, uno violaceo ed uno nero come morte e solitudine, combatteranno, or da una or dall’altra parte. Eccola, la somma potenza della libertà. Ecco il valore degli uomini di speranza, ecco il compenso per il loro sangue versato, eccola, la vittoria della Vita! Ed allora avanti di fendente e di punta, di carica e di galoppi, di riposo e di invocazioni, di antiche e di nuove formule, di furia e di pace, di gioia e di morte, di libertà e di dominio. Trionfate Sante schiere, sbaragliate colui che indegno vi ha invaso, colui che animal è venuto ad uccidere, strisciando nella polvere la vostra prole, colui che indegno contrasta il vostro vivere. Ed allora, vincete per voi, popoli tutti, uniti per l’unica volta. Prevalete per i vostri figli, in questo giorno che sarà negli annali ricordato, Urlate, liberate la vostra gioia alla fine di codesto giorno, quando vedrete le vostre case finalmente salve: fatelo per voi, figli di Xantis!”

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1011/1012 DAA La vittoria logistica e militare dei Dieci Giorni di Axantis aveva ridato forza e vigore all’Impero di Solfami, che ora poteva riordinare le sue pedine nell’intero territorio. Le Armate, tornate in fretta da Mamorik, ripresero i loro posti di controllo e di difesa in tutti i Gran Ducati, ma restava comunque vivo l’opprimente ed estenuante assedio che gli Screch continuavano a stringere attorno all’intero Est: non era stata, infatti, definitivamente piegata la minaccia aliena. E’ vero che essa era uscita dalla battaglia Axantina indebolita e disorganizzata, ma aveva presto ripreso forza e, con l’arrivo di nuove Tribù dell’Orda delle Mille, si preparava ad una nuova ed incessante campagna offensiva. A Mamorik la situazione era tornata, più o meno, sotto controllo e diverse forze difendevano l’immenso Gran Ducato, Thor in primis. Quest’ultimo, dato il grande potere che gli era stato concesso dopo la Difesa Nera, la battaglia sotto le mura di Mamorik, aveva cercato consensi sia tra i vari culti del Gran Ducato che tra i ranghi militari dell’emisfero Est. Una buona difesa era quello che serviva al fiaccato e distrutto territorio del Gran Ducato e Thor trovò il modo di proteggere tutta Mamorik attraverso una gigantesca e colossale muraglia d’acqua, che copriva ogni Lorrin costiero e scongiurava, quindi, una possibile invasione dalle acque. Tutto questo grazie ai Sacerdoti Supremi del culto di Acquos, la cui cattedrale maggiore dell’Est si trova proprio a Mamorik, e all’inaspettato aiuto dei Daimani dei Mari Interdetti, giunti, fin dalla loro città segreta Acquatica, per aiutare gli abitanti del Ducato. Dopo un estenuate preghiera, riti e magie, il colosso d’acqua si alzò, e Mamorik divenne una gigantesca fortezza per i suoi abitanti e per i difensori. Difensori che, presto, sarebbero divenuti assalitori, secondo gli astuti piani di Thor. Ma dove trovare un’Armata in grado di

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fronteggiare le temibili schiere Viola e delle Sabbie? I morti, i morti avrebbero dato il loro appoggio, avrebbero servito la causa dell’antica Capitale anche nel loro sonno eterno. Questa era l’Idea di Thor: far risvegliare dagli immensi cimiteri, dalle catacombe e da ogni dove, schiere armate di non morti e spiriti che combattessero al suo fianco. Tutto grazie, anche, all’aiuto della Morte in persona: Nagrok, ed il suo cultista Jordan. Tutte le cattedrali di Mamorik risuonarono a lutto per giorni interi, nubi e lampi squarciarono i suoi cieli e litanie di morte rimbombarono nelle imponenti cattedrali. Ogni cittadino vestì a lutto, ogni bottega ed attività venne chiusa. Funerali con incensi e fiori esotici si incontravano per le città e per le vie: tutto era una gigantesca visione del mondo dei morti. Nelle Sabbie intanto, il vento spirava forte. Nelle viscere degli accampamenti sotterranei il culto di Corrupto cresceva ed ambiva ad un potere sempre maggiore. I Sarhal continuavano a concedere il loro appoggio indiretto alle armate ed ai cultisti e nei cunicoli più profondi fulmini viola palesavano la presenza dell’Occhio. Hermion, supremo sacerdote di Corrupto, si apprestava a guidare le due armate verso la battaglia finale, cavalcando uno dei più potenti Juxgraugh, i terribili draghi di terra. Poco lontano, nelle isole Siael, un continuo sbattere d’ali tra le torri catalizzatrici, rivelava il continuo lavoro dei due templi nel controllo del Magicka usato. Si era vicini al collasso: già due delle Sette Lacrime di Xantis, sette dei più grandi catalizzatori dell’Impero, erano esplose, e se non si fosse trovata una situazione in tempo, anche le altre avrebbero fatto la stessa fine. Nei gelidi territori dell’estremo Est, intanto, la situazione era ancora al punto di partenza: nani e fieri uomini dei monti facevano da estremi torrioni di difesa per il loro Gran Ducato, e la devastazione totale delle città costiere non bastava più ora alla famelica Armata delle Rocce, che, con l’aiuto giunto dal Sarhal, un Drago di terra, si apprestava a sferrare l’attacco

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finale alle popolazioni dei Monti. La capitale invece, unica città superstite del Gran Ducato di Axantis, resisteva assieme al Tempio di An Tim ed alla Grande Quercia. I Sacerdoti di Dodger, di Nalis, Adelay, Coris e molti altri, davano fiducia e vigore alle truppe, mentre, passando dai territori più sicuri di Moebius, le armate imperiali erano giunte in città. Miseria e fierezza, inganno e onestà, camminavano al fianco di ogni cittadino nelle vie dell’assediata città imperiale. E cosa dire di Moebius? Costretta a donare ogni sua difesa al Gran Ducato Axantino, era capitolata e si era vista spogliata di ogni dignità; al suo interno si era creata un piccolo regno del terrore denominato “Gran Protettorato della Guerra”, guidato dall’Armata Screch dei Sanguinari e da alcuni rivoltosi dell’Armata dei Tagliagola. Qui, sarebbe stato il popolo ad insorgere e a liberarsi. Grazie alle Guardie delle Valli, giunte a dar manforte a tutto l’emisfero, si organizzò un movimento di resistenza, detto dei “Popolani”, che progettava un piano tanto semplice quanto diabolico per rimpossessarsi della libertà perduta. Una grandissima rivolta avrebbe costretto gli Screch a rifugiarsi nelle Arene di ogni città ed ad asserragliarsi al loro interno. Una volta ottenuto ciò, tramite le varie trappole ed i vari passaggi segreti esistenti nelle Arene, il popolo avrebbe preteso la propria libertà, anche a costo di distruggere ciò che di più significativo aveva Moebius: le grandi Arene. Spogli e deserti apparivano, infine, i due Gran Ducati di Dedalus A e di Dedalus B: ogni cittadino utile, ogni guardia ed ogni gerarca, esercito o banda, si era diretto verso Axantis, per la difesa finale. Tutti e due i Gran Ducati quindi, senza difese e impossibilitati nella loro organizzazione, divennero preda di rappresaglie Screch, conquiste e saccheggi da parte di banditi e Rinnegati ribelli: un'immensa terra di conquista. Gli ultimi attacchi Screch, intanto, stavano facendo rompere il vaso contenente tutto il vigore dell’Est, che inevitabilmente si sarebbe

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riversato sui suoi assalitori e le armate, logorate ed innervosite da una guerra che orma da troppo tempo era diventato un gigantesco assedio, rinsaldavano le file, preparavano zanne e artigli, distruggendo tutto ciò che ancora era in piedi, preparandosi alla grande battaglia. Ed il vaso si ruppe. Tohr era riuscito, dopo un mese intero di rituali e suppliche, a far risvegliare i morti di Axantis, guidandoli sotto i suoi stendardi. Gli Screch, allora, attaccarono senza aspettare altro; sapevano che erano numericamente e potenzialmente superiori, ma dare il tempo all’Est di riorganizzarsi sarebbe stato un tremendo errore. Così, nel Desex del 1012, la battaglià finale si consumò. Scontri ebbero luogo in ogni pianura, valle o deserto, seguendo schemi e fati già prestabiliti e provati, cavalcando l’entusiasmo di improbabili eroi. Nel deserto del Sarhal, dove mai si sarebbero aspettati un attacco diretto, gli Screch ebbero l’unica schiacciante e sonora sconfitta. L'attacco arrivò da Mamorik, dalle Milizie Nere e dalle Armate dei Morti: le mille tribù non si aspettavano che la più grande armata di questi ultimi colpisse proprio alle loro spalle, schiacciandoli in una morsa terribile. Ogni anima e corpo che era sotto le Gold Tower e le Rock Tower, custodi di antichissimi segreti, il maggior numero di anime perdute di tutta Xantis risorse e seguì lo stendardo di Thor. Nei monti intanto, i Nani e i fieri barbari stavano per soccombere sotto l’incessante attacco dell’Armata delle Rocce, ma il miracolo venne, ancora una volta, da Esmeralda: gli Elfi Maywir, ultimi difensori della città Santa, abbandonarono quest’ultima, per difendere i Monti. Un’enorme armata di arcieri di fuoco irruppe dalle cime più alte, lasciando sgomenta la gente dei Monti. Ma rapidi a riprendersi i Nani, con Braugh dell'Est, e le Orde Gelide degli Umani, con Ivan a guidarli, si lanciarono alla carica da ogni loro città, affiancati e sorretti dal popolo elfico.

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A Moebius i Popolani insorsero: grandi masse di contadini, gente comune, artigiani ed ogni uomo che calpestava i terreni del Ducato, prese le armi in pugno e, comandati dalle Armate delle Valli, costrinse i padroni del Protettorato a rifugiarsi nelle Arene. Ma fu nelle pianure di Axantis che la Guerra dei Secoli ebbe la sua apoteosi. I due immensi schieramenti si scontrarono e tutto il Gran Ducato divenne un immenso campo di battaglia. Ma non durò a lungo: troppo soverchiante era la potenza delle armate aliene e troppo forti i loro colpi. Fu dal Sole che venne, allora, l’aiuto e la solidarietà degli emisferi. Ognuno di essi, infatti, mandò la sua armata imperiale ad aiutare l’Est invaso. Ora le sorti pendevano notevolmente a favore dei difensori. L’imperatore, grazie ad una sortita in territorio nemico, riuscì a chiudere ogni portale, serrando ogni via di scampo agli Screch e, nel pieno delle sue forze, attaccò. Miracoli e magnificenze vennero fatte in quella terra benedetta dagli Dei, fino alla vittoria di Xantis sugli Screch, ottenuta finalmente dopo due anni di lento ed agonizzante assedio. Dove vi fu la battaglia finale tra Thor e Hermion, è oggi presente una città a memoria di quanto è stato: Quas In Many. Siael, per mesi, brillò di un imponente bagliore azzurro, tanto era il Magicka ancora libero ed in circolazione. Moebius riebbe la sua libertà e, donando a Dodger un'intera cappella del Santuario dei Beati, ricambiò il favore del popolo delle Valli aiutandolo a ristabilire l’ordine nei suoi territori. I Monti non videro mai più tanti Elfi ad Esmeralda e la neve, sciolta dal sangue acido degli Screch, impiegò decenni a riformare i ghiacciai distrutti. Axantis, infine, era da ricostruire pietra su pietra, ma era viva, viva e vittoriosa. Lunga la ricostruzione per ciascun Gran Ducato, e dura ora la vita per ogni suo abitante, ma la guerra era stata vinta.

LA RICOSTRUZIONE

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Un anno è trascorso, ma ricordo bene quel giorno, ricordo… Era un caldo pomeriggio, l’Ileo sembrava voler martoriare quelle terre che da troppo tempo non offrivano più frutti a chi, disperatamente, cercava di strapparglieli. Intorno a me ancora i segni della guerra, malattie, morte e devastazione. Quelli che un tempo erano stati fiorenti campi di grano, adesso non erano altro che terra brulla, troppe volte calpestata dagli zoccoli dei cavalli o dal passo pesante degli Screch. Al mio passaggio i contadini si voltavano, chiedendosi cosa mai potesse volere un servitore del Tempio Bianco in quelle terre dove la fame regnava sovrana. L’uomo alzò lo sguardo e, seppur lontano, mi riconobbe. Rimase fermo, con la vanga sollevata a mezz’aria mentre la mia ombra si avvicinava alla sua figura. C’era odio nel suo sguardo e rabbia e rassegnazione e tristezza: sapeva cosa stavo cercando. Si lanciò contro di me all’improvviso, senza che potessi avere il tempo di riflettere; le guardie imperiali, che mi accompagnavano, si lanciarono contro di lui. Pareva posseduto da un demone mentre si batteva, mostrando una forza quasi sovrumana. Una delle guardie fu costretta a colpirlo con la sua spada e il suo sangue disegnò fiori rossi sulla mia tunica immacolata. Poi cadde al suolo ed giacque disteso ai miei piedi. Lo guardai: la fame aveva indebolito i suoi muscoli, un tempo possenti, e aveva scavato profonde rughe sul suo volto, il ricordo di quanto era stato aveva reso bianchi i suoi capelli e la barba, ma non era riuscito a portargli via la speranza. La mia venuta era stata più terribile di tutte le sofferenze patite. Volsi lo sguardo e vidi: il bambino singhiozzava, stretto alla madre, guardandomi con lo stesso odio che aveva provato verso quelli che, mesi prima, avevano distrutto la loro terra. La donna al suo fianco era caduta in ginocchio, ma le lacrime non solcavano il suo volto rassegnato. Dovetti

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strappargli con la forza il figlio dalle braccia e trascinarlo via, non potevo avere pietà e compassione di quella famiglia, non potevo cedere a quei sentimenti o per Xantis sarebbe stata, presto, la fine. La donna rimase lì, ferma, lo sguardo perso nel vuoto e le braccia protese verso quel bimbo che non avrebbe più potuto stringere a sé. Oggi mi chiedo a cosa ci porterà tutto questo, mentre distolgo lo sguardo dagli occhi pieni di odio di un bambino che aveva in sé il dono della vita e che ora, rinchiuso nel suo pesante silenzio, disprezza me e ciò che rappresento. Lungo il cammino per la ricostruzione. Se si volesse descrivere l’Emisfero Est, nel 1030 DAA, all’incirca venti anni dopo la Guerra con gli Screch, si potrebbe parlare di una bellissima giornata di sole, con una leggera brezza marina a rallegrar il passare del tempo. Panorama selvaggio di boschi e pianure verdi e rigogliose, oltre le quali…

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Oltre le quali, nubi nere più dell’odio, più della morte, anzi, come la morte stessa avanzano minacciando apertamente la sovranità di ogni cosa esistente e sopravissuta nell’Emisfero. L’uragano passato su queste terre una volta ospitali e pacifiche, ha il nome di Guerra dei Secoli. Fulmine di distruzione che prepotente e testardo ha distrutto ogni cosa nelle terre di Axantis. Due anni in cui ogni uomo, abile e non, capace, o solamente volenteroso, si è messo al servizio dell’Impero, in prima linea, morendo per la propria libertà. Antichi equilibri spezzati. Popoli onniscienti e antichi come il l’Ileo ridotti ad un manipolo di superstiti, costretti a combattere ogni giorno contro l’oblio, antichi odi risvegliati, e la sfiducia ed il sospetto che come ingannevole serpente strisciano su ogni sentiero, arrampicandosi tra le città dimenticate, iniettando il loro veleno su uomini disperati, e terrorizzando con le loro incantevoli storie bambini e vecchi.

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