Rimini 11-12 Intervento Pres Err Ani

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PTR – INCONTRO DI RIMINI 11/12/2007 Conclusioni di Vasco Errani, Presidente della Regione ER La prima cosa che voglio dire è che credo abbiamo fatto, e avete fatto, una importante discussione. Voglio ringraziare il Presidente Fabbri, il Sindaco di Rimini e tutti gli altri Sindaci, tutti Voi che avete partecipato a questa cosa e l’Assessore Gigli per come ha organizzato insieme alla Provincia questo incontro. Noi abbiamo iniziato un percorso che è finalizzato a costruire una strategia per i prossimi anni di questo territorio regionale. Vorrei partire allora da una provocazione: io credo che noi abbiamo la forza per poterci rimettere in discussione. Questa è la premessa del PTR. Il Prof. Bonomi ha detto prima che io sono molto attento a sottolineare i fatti positivi. Sì, è vero,. Ma questo PTR per me è il momento per non guardare i risultati che abbiamo ottenuto, che sono importanti, sono stati detti, che non erano scontati, ma quello di guardare il futuro senza paura. Io credo che il dato dominante di questa società italiana sia, da questo punto di vista, la paura e l’incertezza e io sono convinto che questo sia il freno più pesante che sta bloccando il nostro Paese. Guardare ai risultati e ai punti di debolezza, perché abbiamo punti di debolezza, per costruire questo futuro e per farlo senza subalternità, perché noi dobbiamo avere l’ambizione di guardare al futuro senza subalternità e bisogna avere forza. O meglio: capire e vedere se lo condividiamo, qual è la nostra identità. Questo è il primo punto, di carattere culturale, che attiene al PTR, per me almeno: quello di capire se noi siamo d’accordo su quella che è l’identità di questo sistema territoriale e per me l’identità non è solo ciò che siamo stati anzi, da quel punto di vista, se noi pensassimo all’identità come a questo, avremmo una visione statica e passatista, non avremmo nessuna possibilità di

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costruire il futuro. Che cos’è allora l’identità? Per me, un punto di vista, una interpretazione della modernità: questa è l’identità. Ed è qui che noi ci giochiamo, ha profondamente ragione il prof. Bonomi su questo, la possibilità di continuare ad essere, o di esserlo di più, un grande sistema europeo e globale. Se noi siamo in grado di avere questo punto di vista della modernità, nostro, non codista, non subalterno, non impaurito; possiamo averlo questo punto di vista? Io credo di sì e vi propongo qual è la chiave: questo punto di vista non sta nell’atteggiamento economicistico di guardare al PIL. Il Pil è un indicatore ignorante, debole, assolutamente amoderno e vorrei che rifletteste su questo punto. Qual è l’indicatore? Qual è la nostra identità? Se volete quello che siamo riusciti a fare negli anni che vanno dal dopoguerra in avanti. Io lo ricordo sempre, perché per me è, da un punto di vista del percorso, un elemento che non è più nella nostra memoria, ma noi, agli inizi del Novecento, eravamo la terra più povera d’Italia assieme alla Calabria: agli inizi del Novecento eravamo questo: la terra più povera d’Italia. Oggi siamo quello che siamo, ma qual è stato il fattore di successo? Per me, oltre naturalmente ed evidentemente agli aspetti legati alla capacità del fare delle persone, non c’è in questo nessun dato ideologico: c’è un dato sociale e culturale della nostra terra, è l’impasto su cui noi siamo cresciuti. E qual è? Che l’economia e la società erano una cosa sola, integrata, senza la qualità sociale l’economia non era in grado di reggere. Allora io vi invito a guardare quello che sta succedendo nel mondo. Ascoltavo l’altra sera, alla trasmissione di Fazio, Tremonti e ho trovato che anche i liberisti cominciano a capire che l’economia e ancor di più il mercato, lasciato a sé, non è in grado non solo di risolvere le contraddizioni ricchezza e povertà del mondo, ma produce nuove contraddizioni insuperabili. Ma

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lasciamo stare Tremonti che, diciamo, non è un esempio, ma se noi guardiamo ai nuovi economisti, indiani, perfino americani, questo elemento del rapporto società/economia, cominciano a considerarlo un elemento chiave per affrontare le contraddizioni della modernità e sella globalizzazione, dopo l’ubriacatura della finanziarizzazione dell’economia. Se è vero questo, allora questa nostra identità è nel cuore della modernità: non ce la dobbiamo inventare e non la dobbiamo imparare sui libri. Noi la viviamo ma, ecco il punto, se questo è un valore aggiunto per noi, noi però abbiamo un compito più gravoso di altri, che consiste nell’affrontare le nuove contraddizioni e nel dargli una risposta capace di riproporre il tema dell’equilibrio tra società ed economia, e aggiungerei: ecco l’innovazione radicale, il tema economia/ambiente non sono più due cose ma sono una cosa. Questa è la nostra identità. Se noi sapremo agire questa identità e ne avremo consapevolezza, che vuol dire avere consapevolezza del dove siamo arrivati e del salto nell’innovazione che dobbiamo fare, un vero e proprio salto. Non abbiamo il tempo e il modo per costruire questo cambio di passo in forma incrementale: dobbiamo fare una discontinuità, profonda e in tempi molto rapidi perché la globalizzazione mette in discussione le gerarchie territoriali e non è affatto detto che ciò che siamo noi oggi, senza affrontare queste contraddizioni noi continueremo ad esserlo anche domani. Anzi, secondo me se noi non saremo in grado di affrontarle, non saremo ciò che siamo oggi, dal punto di vista della nostra capacità di stare nel mondo, di fare e produrre ricchezza e di fare e produrre coesione. Allora dobbiamo affrontare le vecchie e nuove contraddizioni, sull’ambiente ho già detto rapidamente. Ce ne sono altri tre che hanno una dirompenza inedita: l’immigrazione. Noi siamo una regione che sta raggiungendo i tassi di immigrazione della Francia con una piccola differenza: negli ultimi 7 anni noi, negli ultimi 50 la Francia.

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Adesso capite forse meglio perché parlo di identità: perché una comunità (parola chiave da riproporre strategicamente, che è molto più ricca di società), una comunità che si trasforma in termini così rapidi, non ha solo un problema come purtroppo ci propone il dibattito italiano, italiota, sull’immigrazione: solo un problema di relazione con altre etnie e altre identità culturali ma è prima di tutto il problema di ritrovarsi, di riconoscersi, di sapere che cosa? Dove andiamo, dove stiamo andando e soprattutto attraverso quali risorse ed energie andiamo a questo futuro. Questa è l’identità di cui abbiamo bisogno per non avere paura, per non chiuderci, per non trasformare questo straordinario territorio nella Val Brembana. E badate, e badate che non è così lontano questo rischio, non è così lontano questo rischio. Quando una persona di 70 anni, che compone quel 25% della popolazione di questa Regione, e che va a quel bar nel centro del suo paese di 12.000 abitanti che realizzi comunità e che sia in grado di dare valori, valori, è una parola che usiamo poco professore in questo dibattito, forse dovremo farlo di più: valori. In questo impianto, Rimini. Consentitemi di dire, da Assessore regionale di questo territorio, di fare una considerazione su Rimini. Mi viene da dirla così: io mi sono convinto che questa realtà, come dimostra il dibattito anche di oggi, sia molto più avanti di ciò che noi stessi e certamente i suoi osservatori dicono. Ma dove è che è avanti? È avanti in una forma informale con tanti protagonisti, che non sempre dialogano fra loro e che ricercano strade. Rimini è stato un esempio straordinario del processo di apprendimento informale, quello di cui parlavo prima. La cultura dell’ospitalità, la capacità di rappresentare e perfino racchiudere la dimensione internazionale: da questo punto di vista Fellini è stato uno straordinario interprete.

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Una straordinaria crescita imprenditoriale. Ma il nostro problema qual è? Il problema di questo territorio qual è? È quello, a mio parere, di passare da un processo informale, che non è più sufficiente, a un processo di formalizzazione, vale a dire, promuovere una cultura, promuovere una visione condivisa, che non si ponga il problema di rappresentare la modernità, ma che si pone il problema di promuovere la modernità, e sono le cose che avete detto. Ma noi dobbiamo pure, nel momento in cui diventiamo sistema, riuscire a trovare la forma per rappresentare finalmente in modo nuovo questo territorio. È uno stimolo che vi propongo, in modo tale che gli analizzatori esterni non ci parlino della Rimini che fu. Sono arrivati fino alle discoteche, e non ci parlino di una Rimini che ad ogni movimento delle presenza, si annuncia la crisi strutturale del modello. Tocca a noi però, non ce la fanno loro la formalizzazione di una nuova idea di Rimini protagonista della modernità. Da questo punto di vista professore, l’Università, da questo punto di vista sì, l’Università deve porsi il problema di dare di più a questo territorio, anche rispetto a quello che già ha ricevuto, cioè apprezzare di più questo territorio e darne una lettura in chiave nuova e moderna perché le ragioni di queste innovazioni, nel rappresentare Rimini, ci sono già: noi siamo qui, in un piccolo paese, se il Sindaco non si offende per questa rappresentazione, in un piccolo paese che dialoga ed è riferimento nell’ambito globale nel mondo, nel mondo. E non per i vecchi stereotipi perché, come è stato detto oggi, ha saputo interpretare il moderno attraverso l’innovazione assai più rapida di distretti o sistemi industriali della moda, ben più radicati, ben più significativi e ben più grandi. Ma noi quando gliela mettiamo dentro alla rappresentazione di Rimini questa straordinaria esperienza? Quando riusciamo a mettergliela dentro in modo sistematizzato? Io credo che da questo punto di vista abbiamo davvero tantissime

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cose da formalizzare perché anche questo dà identità: saperci rappresentare in modo nuovo. Il percorso fatto in questi ultimi anni a Rimini, la Provincia, il Comune, gli altri Comuni, vanno in questa direzione, forse dobbiamo sistematizzarlo e da questo punto di vista come Regione c’è la massima disponibilità. Il PTR è l’occasione per fare questo, la sponda del PTR è la chiave per fare questo, nel momento in cui noi non ci poniamo come qualche interessata e non benevola interpretazione hanno tentato di dare del PYTR. Noi non ci proponiamo di cancellare il policentrismo, solo un pazzo potrebbe pensare di annullare la straordinaria ricchezza che sta nei diversi sistemi di questa regione, delle sue città e dei suoi territori. L’idea è un’altra: l’idea è quella di fare un passo in più rispetto al policentrismo, di realizzare un sistema territoriale integrato capace di valorizzare, ottimizzare, mettere in valore meglio, di più, e in forma più integrata le diverse ricchezze di questo territorio, cosa che il policentrismo non è riuscito a fare perché ad un certo punto il policentrismo si è fermato sulla soglia della risposta locale. La Regione non vuole essere una agenzia di spesa. Vedete, per noi, certamente per me, sarebbe molto più semplice non impegnarmi su questo terreno e cercare di costruire quella forma di ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse, distribuendole nel territorio. Ma questo non è assolutamente adeguato. Io farei una cosa assolutamente egoistica per stare in pace ma non affrontare i nodi per fare quel salto di qualità: non voglio stare in pace, voglio stare nella contraddizione, persino, da questo punto di vista, in un conflitto ricco, che faccia fare a questo territorio un salto di qualità. Ecco perché abbiamo bisogno di una nuova rappresentazione di Rimini, che state costruendo, che dobbiamo formalizzare, su cui dobbiamo studiare e che dobbiamo

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diffondere. Dunque il PTR per noi, per voi, da questo punto di vista è un’occasione, non per avere una riga in cui è scritto che Rimini è un’eccellenza ed una porta aperta verso oriente. È così, ma non è questa l’operazione che vogliamo fare: è cercare di costruire le connessioni, affrontando alcuni nodi. Il primo, grande tema: ridare qualità alla democrazia. È il grande problema dell’Occidente ed è il grande problema dell’Italia. Noi qui ci confrontiamo con dei limiti che sono per esempio un federalismo assolutamente inadeguato e sgangherato che più a corto che a lungo andare comincia a rappresentare un inciampo per il Paese, più che una opportunità, per come esso è fatto, di sovrapposizioni, conflitti, sciocchi atteggiamenti di potere ma noi non ci possiamo fermare, dobbiamo fare la battaglia nazionale, la stiamo facendo. Questo governo ha messo in piedi due cose assolutamente importanti, e spero che vadano avanti, come la delega sul federalismo fiscale e la riorganizzazione delle competenze, ma noi non ci possiamo fermare, non possiamo attendere. E allora dobbiamo riorganizzare, io ho smesso di usare la parola governance, l’ho già dichiarato, dobbiamo riorganizzare le funzioni di governo, almeno le nostre, che puntino alla efficienza, alla qualità e alla decisione. Anche da noi, che pure siamo da questo punto di vista, in un bel mondo, ma il nostro raffronto e lo dico sempre, è con l’Ile de France, non con la Lombardia o con la Calabria: è l’Ile de France che conta per noi e allora siamo troppo lenti. Anche qui abbiamo sovrapposizioni. Questa è la prima sfida: riorganizzare la catena di governo, superando sovrapposizioni, logiche di potere e la regione non si pone da questo punto di vista, lo dico alle Province e ai Comuni. Superare logiche di potere.

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Abbiamo firmato ieri un patto importante in questa direzione per riorganizzare la funzione di governo in modo più efficace e con un altro obiettivo più rapido e finalizzato alla decisione, ma a fianco a questo dobbiamo costruire un’altra colonna per rafforzare e qualificare la democrazia che è rivedere i sistemi di partecipazione. Dobbiamo andare oltre la concertazione. Lo dico io, che come alcuni di voi scherzosamente dicono sempre, sono ammalato di concertazione: dobbiamo andare oltre la concertazione. Primo perché i sistemi di rappresentanza, tutti i sistemi di rappresentanza sono in crisi, non solo quelli politici. Questo Paese è strabico. La rappresentazione della crisi della politica sfuggendo all’altro elemento della crisi dei sistemi di rappresentanza, non ci aiuta a capire cosa dobbiamo fare. Noi dobbiamo inventarci perché qui ci sono poche esperienze nel mondo; basta leggersi il Libro Bianco sulla governance dell’Unione Europea per capire quanto questo problema sia studiato, visto e percepito in Europa e nel mondo e quanto ancora sia complicato dare delle risposte, il che vuol dire vedere, riconoscere in una società sempre più scomposta, divisa, frantumata, che spezza perfino gli interessi che magari 10 anni fa stavano insieme. Come noi diamo voce a questa articolazione della società? Come li mettiamo dentro a un sistema di partecipazione al governo? Ma come evitiamo che un punto di vista parziale, per quanto legittimo e lecito blocchi una decisione generale? Questo è il grande tema che non si risolve col populismo, dico io. In questo paese non ci sarà populista che non riuscirà a cambiare l’Italia attraverso il populismo: non succederà. Dobbiamo cambiare la nostra democrazia da questo punto di vista. Io penso a costruire delle strutture e dei sistemi perfino terzi, non è possibile che se noi discutiamo di un

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termovalorizzatore tutti dicano ciò che gli passa per la testa. Lo vogliamo dire: si va controcorrente? Dobbiamo andare controcorrente. Se vogliamo decidere per il bene della nostra comunità. Allora costruiamo forme terze che valutino, costruiamo la discussione e poi chi governa deve assumersi la responsabilità di decidere, in processi che siano regolati anche nei tempi, anche nei tempi. Questo è un grande tema: vogliamo cominciare a sperimentarlo qui? Io sono per farlo. Io voglio fare entro il 2008 una legge regionale sulla partecipazione, prendere per le corna questo tema. Non ho mai detto, né mai dirò che Beppe Grillo e quel movimento è l’antipolitica: no. È la dimostrazione del vuoto della politica, non è l’antipolitica. È una domanda di nuova e buona politica e noi gliela dobbiamo dare. E noi dobbiamo essere in grado di dargliela, assolutamente, se no la funzione di governo e semplicemente una amministrazione di ciò che c’è, è una regolazione dei conflitti fra i più deboli e i più forti e non è in grado di ridistribuire, di fare quell’operazione per cui noi siamo qui, e cioè ridare equità. In questo ci sono altre due questioni che voglio dire: una, e per questo ringrazio il Presidente Jacovich dell’Istria. Sapete che anche noi siamo in questa euro-regione, partecipiamo a questo club, ringrazio per essere qui. Certamente noi dobbiamo capire che uno dei termini chiave è la propria testa per affrontare le questioni che abbiamo di fronte e a volte la propria testa per affrontare le questioni che abbiamo di fronte va oltre i confini amministrativi, siano essi del Comune, della Provincia o della Regione. Fabbri ha detto una cosa molto interessante, che io condivido appieno: Adriatico – Pianura Padana. Noi siamola relazione. Noi siamo ciò che può dare a questo sistema una identità capace di guardare non in chiave egoistica al futuro di

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questo sistema territoriale. Allora l’Istria, le altre regioni che stanno dall’altra parte dell’Adriatico, allora la capacitò anche di fare scelte. Penso al Po, la grande questione dell’Adriatico si chiama prima di tutto Po. L’altro giorno sono andato al Convegno nazionale sul Po e ho detto che non possiamo continuare ad avere un sistema nel quale la mia regione ha messo una serie di limiti per quello che riguarda lo scarico nel fiume e il risultato è che gli allevamenti di suini si sono spostati nella sponda. Non ho risolto il problema anzi, qualcuno mi potrebbe dire, mi aspettavo, sei stato poco furbo, diciamolo in termini politicamente corretti. Cosa voglio dire? Voglio dire che imparare a ragionare sul fatto che per esempio su una questione strategica come la logistica e i sistemi infrastrutturali non si può più ragionare solo in ambito territoriale o della regione vuol dire scommettere sul fatto che noi potremmo diventare protagonisti di una rete che fa di questo territorio la piattaforma logistica nazionale e internazionale costruendo alleanze: con il Brennero, con la Lombardia, perfino io penso noi adesso sugli aeroporti sono d’accordissimo, siamo in ritardo, in un ritardo nona accettabile. Non siamo ancora riusciti a fare il sistema, adesso faremo il passo. Ma attenzione, io ho posto il problema: quando si discute di Malpensa sia ben chiaro che si discute anche di noi. Noi abbiamo bisogno almeno, in questo paese, per i porti, e per glia aeroporti, a proposito di un federalismo intelligente e non da Far West, di una pianificazione nazionale perchè io voglio capire quanto mi costa Malpensa, dal punto di vista della dinamica e della dislocazione dei carrier perché io c’entro, perché quei Cinesi continueranno ad andare sempre a Francoforte se l’alternativa sarà Malpensa. È oggettivo e quindi a me interessa discutere di questo, e devo costruire alleanze e le alleanze prevedono sempre delle mediazioni naturalmente. Ma le mediazioni sono efficaci o meno se abbiamo in testa

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una strategia, e quindi avere queste dimensioni. Altro tema: l’area vasta dell’Emilia Romagna. Siete avanti, ditelo di più, anche da questo punto di vista siete avanti. Sull’area vasta dell’Emilia Romagna, non solo per quello che riguarda la sanità ma tutto il sistema del welfare. Guardate che noi stiamo costruendo la riforma più significativa del welfare dall’esperienza della nascita del sistema di servizi in Emilia Romagna, anzi, nei Comuni. Noi stiamo facendo qualcosa che ha lo stesso spessore che ebbe quella prima infrastrutturazione di servizi, fondata sulla comunità, fondata sul fatto che rispondiamo ai bisogni delle persone e non ai servizi. L’Emilia Romagna non è la regione dei servizi, l’Emilia Romagna è la Regione delle persone e delle famiglie e noi stiamo cercando un welfare che costruisca una economia sociale che avrà un grandissimo sviluppo nei prossimi anni, se è vero che, speriamo e lo auguro a me e a tutti voi di campare ancora molti anni, l’economia sociale avrà un grande sviluppo e allora costruire soggetti nuovi e accreditati, che partecipano ad un welfare di comunità, che costruisce nuove relazioni di vicinato, che rimette al centro l’idea educativa della famiglia e dobbiamo avere il coraggio di affermare questa cosa perché siamo fuori dalle vecchie ideologie e stiamo costruendo una comunità che ha bisogno di tanti agganci e di tante forme educative per riuscire a reggere la grande spinta alla standardizzazione che è data dalla televisione, che è data dai media, che è data dalle mode. Io ho una figlia di 13 anni e mi dico sempre che cosa le sto dando? Le sto dando moltissimo dal punto di vista dei consumi: quello che io non avevo mai avuto e che mio padre e mia madre non avrebbero mai nemmeno immaginato ma non sono sicuro di darle quello che mi hanno dato mio padre e mia madre. Guardate che questo è un grande tema a proposito di comunità. Questo stiamo cercando di fare ed ecco perché dobbiamo formalizzare, perché perfino noi stiamo costruendo ma

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non abbiamo la teoria. Oggi, lo dico con orgoglio, ci vengono a studiare sul welfare non gli americani ma la Scandinavia su come stiamo innovando il nostro welfare. E dico la Scandinavia, non la Grecia. Ma non voglio certo sfuggire dai temi che mi avete proposto: sto arrivando decisamente tardi all’appuntamento che avevo ma ci tengo. Dobbiamo lavorare sull’innovazione, l’ambiente. Noi dobbiamo diventare, entro il 2010, la regione che almeno sta al passo con la Germania sull’energia solare e fotovoltaica. Ci abbiamo messo le risorse, adesso pedaliamo. Facciamo queste piattaforme di cui parlava Campagnoli prima nel suo intervento, almeno quanto la Germania perché qui c’è un pezzo di futuro, anche di futuro per quello che riguarda questo sistema territoriale e questo sistema economico. Dobbiamo proteggere il territorio. Voi avete visto le cartine che ancora scorrono che ci ha presentato l’architetto ????? Il territorio è la nostra risorsa, il nostro futuro ed è una risorsa che ha bisogno di essere curata, mantenuta e preservata. Io penso che noi potremo dirci, e questo sarebbe già un grande passo in avanti, e quando dico noi dico: amministratori, imprenditori, operatori del turismo, potremmo dirci che l’obiettivo comune per garantire futuro alle nostre comunità e alle nostre imprese, è garantirci la preservazione, la cura e la qualità del territorio. Io penso che se noi facciamo organicamente questo passaggio, insieme potremmo dire di avere fatto e avere messo le condizioni per poter intervenire anche nelle aree più delicate. Bisogna intervenire nelle aree più delicate e per intervenire nelle aree più delicate dobbiamo avere questo fare che ci accompagna e che non ci fa fare, da questo punto di vista, una urbanistica contrattata. È chiaro? Se è così la Regione ci sta: partecipa al piano strutturale. Ma dobbiamo riuscire a fare assolutamente di

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più. Debbo parlare del turismo perché sono a Rimini e perché sarebbe per me impossibile non parlarne. Io ho condiviso e apprezzato molto l’intervento di Pasi che per me ha sintetizzato al meglio. Noi professore siamo già l’esempio per l’Italia da questo punto di vista. Il nostro problema è che l’Italia è troppo lontana da questo punto di vista, troppo lontana. Io non riesco ancora a spiegarmi che per andare in Cina bisogna avere, è semplice, uno guarda cos’è la Cina: un miliardo e 250 milioni di persone (dicono i dati ufficiali ma sono di più), quando vado a Shanghai parlo di una città di 20-22 milioni di persone: come si fa a pensare di andare in Cina ciascuno con la propria bandierina? Io dico, eppure noi, l’Italia è tanto lontana. Allora noi dobbiamo fare la battaglia nazionale ma noi abbiamo fatto un passo in avanti, che è stato quello di capire che sta nei flussi la sfida competitiva. Dobbiamo, e mi rivolgo soprattutto agli operatori e lo sapete che la penso così, non ci dobbiamo assolutamente abituare e questa tendenza un po’ c’è: c’è un flusso di risorse, ci si abitua, ci si adagia e questo è un problema. Come l’industria, sì, ma attenzione, dialogo volentieri. Qui noi abbiamo fatto un patto, un patto. Noi non stiamo facendo la politica degli incentivi. Abbiamo fatto un patto. Ci siamo detti: ragazzi, per vincere la sfida bisogna esserci e andare e andare in modo integrato. Ora noi qui abbiamo due problemi. Il primo: se non lo fa l’Italia dobbiamo cominciare a farlo noi. Io dico che voi operatori dovete fare l’altro salto di qualità e la Regione e le amministrazioni sono sicuro, ci staranno, l’altro salto di qualità per proporvi voi, protagonisti, tour operator di voi stessi per realizzare una piattaforma turistica internazionale qui, perché qui c’è il valore aggiunto, se no a voi vi arriva l’ultima parte della filiera, quella meno ricca e dovete combattere sulla colazione, e dovete combattere sul margine che ormai è zero tant’è che io sono un

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fortissimo sostenitore, e voi lo sapete, della vostra battaglia sulla mancanza di redditività dell’impresa. Ma se volete fare il salto, se vogliamo fare il salto, dobbiamo diventare noi i protagonisti e andare sui mercati, con un’altra dimensione, con un altro fisico, più grande dei club di prodotto, più in rete. E dobbiamo provare a vincere questa sfida. Per fare che cosa? Uso una parola che non mi piace: per vendere l’intero Paese, l’Italia, quelli che vanno a Roma, quelli che vanno a Firenze, quelli che vanno a Venezia. Siamo noi il grande bacino ricettivo di Venezia e di Firenze in un turismo globale che le distanze le ragiona in modo molto diverso da noi. Già ora quei 200 milioni di cinesi che hanno un reddito medio superiore alla media europea ragionano così tant’è che vanno a Francoforte e a Ginevra per fare in un giorno, andare a visitare Roma. Saremo in grado di offrirgli un servizio maggiore? Sì. Dovete deciderlo, dobbiamo deciderlo; abbiamo cambiato la legge 7, non c’è bisogno di cambiare la legge 7 ancora ma se ci fosse bisogno la cambierei ancora perché questa è la nostra nuova frontiera. Secondo:la questione della ricettività prevede anche la riqualificazione. Ho già detto con quale cultura sono pronto a discutere sulla possibilità di riqualificare, riconvertire e ristrutturare. La Regione ha messo a disposizione una ingente quantità di risorse per i prossimi 7 anni. Ha ragione il vicesindaco di Rimini quando dice: il nostro problema è come spenderli. Sono pienamente d’accordo. Ci sono vincoli che dobbiamo cercare di superare ma c’è la possibilità di fare. Incontro spesso Mercia, Panche che cominciano a studiare prodotti per la riqualificazione turistica. L’altro giorno abbiamo incontrato un gruppo con l’Assessore Pasi che mi hanno fatto una proposta che, conoscendo gli operatori, ho trovato non adeguata. Tuttavia gli ho consigliato di andare in giro, di venire a parlare con voi, gli ho detto che sono pronto a costruire un incontro perché io mi sbaglierò, ma il problema non sono in sé le risorse,

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il problema è da questo punto di vista, Sindaco è il come. Quali strumenti possiamo realizzare? Sperimentiamo ragazzi: a cercare il meglio non si parte mai. Cominciamo a sperimentare. E facciamo un patto con gli operatori e con le comunità e il patto è: il nemico, il fenomeno più serio di antiturismo nella nostra costa è l’appartamento. Questo vuol dire che anche la redditività delle imprese degli albergatori non si misuri più in quanti appartamenti sono riusciti a comprare alla fine della stagione. Ci intendiamo, sapete bene che ci intendiamo, perché è un fenomeno di anti-turismo. Ci vogliono strumenti nazionali: rendita fondiaria e rendita immobiliare, ci vogliono strumenti nazionali. Tuttavia stiamo ridiscutendo la legge 20 e potremmo anche studiare, perfino in via sperimentale, assessore Gilli, qualcosa di nuovo che stressi il più possibile il freno al premio alla rendita fondiaria e immobiliare, anche coraggiosamente, anche rischiando, se facciamo il patto, perché è chiaro che non potete lasciare da soli i Sindaci in questa operazione, non possiamo lasciare da soli i Sindaci. Ma questo territorio, per come è fatto, io che pure sono di questa terra, me ne sono accorto la prima volta che con la Daphne giravo per quella parola che io non nomino del Prof. De Rita, giravo per andare a vedere. Qui non si nomina quella parola, a noi i napoletani ci fanno un baffo da questo punto di vista. C’è tutto un continuo, tranne quel pozzo dopo Lido di Classe. Quindi di questo stiamo parlando e dunque dobbiamo costruire un patto, provarci, studiamola ma cominciamo a fare la battaglia: sindaci, presidente di provincia, di regione facciamo una battaglia nazionale perché nel federalismo fiscale ci sia una nuova e diversa fonte di finanziamento per i Comuni, che non siano più al 70% legati agli oneri di urbanizzazione perché questo è il corto circuito, è il vero e proprio corto circuito, perfino un oggettivo conflitto di interessi: faccio una silo nido e

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come lo finanzio? Questo è il problema. Lo dico agli urbanisti: facciamo la battaglia insieme perché non esiste paese europeo che non abbia una legge che regola i suoli: non esiste. E noi, dopo la sentenza della Corte Costituzionale sugli espropri, viaggiamo senza nulla, a mani nude in un mercato dove di Ricucci ce ne sono tanti, non uno solo, non uno solo. Allora dobbiamo provarci. Infine le infrastrutture. Sulla Statale 16 stiamo facendo tutto quello che possiamo, e di più. Faremo il punto fra qualche mese, dopodichè io sono pronto a ragionare anche su forme innovative perché non possiamo più aspettare, aspettare, aspettare. Noi abbiamo avviato un’esperienza, sarà difficilissima, perché siamo in un paese difficili, con ricorsi, contro-ricorsi, straricorsi, ma noi faremo la prima autostrada regionale che, come sapete è la cispadana che è fondamentale anche per questo sistema perché finalmente costruiamo un attraversamento che non è solo nel centro e nel nodo strozzato di Bologna. Perché abbiamo fatto questa scelta col project financiing? Perché io ho fatto i conti. Di Cispadana se ne parla di 35 anni. Per finirla coi ritmi dell’Anas l’avremmo finita fra 25 anni, cioè semplicemente un po’ più di mezzo secolo e quando quella infrastruttura sarebbe stata ultimata è chiaro che bisognava farne un’altra. Dobbiamo anche cominciare a ragionare in questi termini. Sarà dura, sarà difficile ma dobbiamo ragionare in questi termini perché non possiamo più andare avanti con una incertezza così gravosa, ma vi debbo fare anche una sollecitazione, ve l’ha fatta anche Duccio. Guardate che noi abbiamo anche un’altra contraddizione. Noi l’abbiamo già un’autostrada telematica che è ??????? Nel 2009 saremo l’unico territorio nazionale ed europeo interamente cablato non per numero di abitanti perché si fa presto a dire 96% di abitanti, ma per territorio, recuperando così anche il gap fisico e geografico di

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quello che è la montagna o il crinale con quello che è la pianura. Sapete qual è il nostro problema, vi faccio uno stimolo. Il nostro problema è molto semplice, è come se noi avessimo fatto un’autostrada a 8 corsie, e facciamo fatica ancora a fare la terza, ma ne approfitto per dire che ieri la giunta ha approvato e ha dato il via. È come avere un’autostrada ad otto corsie e poi andare in bicicletta. Non ci stiamo mettendo sopra i prodotti, i servizi, quelli della pubblica amministrazione e quelli delle imprese. In conclusione io credo che abbiamo le condizioni per fare una bella discussione, costruire una sintesi alta, riuscire a condividere un progetto. Io mi sbaglierò, ma io che ho fatto per esempio nella mia esperienza di governo, dell’aspetto pragmatico uno degli aspetti fondamentali, sono convinto che oggi vincerà chi ha una visione una visione e un progetto strategico. Io sono convinto che vincerà chi, oltre ad avere un grandissimo saper fare, come abbiamo noi, è in grado di progettarlo, presentarlo, rappresentarlo. Da questo punto di visto, e ho finito, concludo con una provocazione come ho cominciato: da questo punto di vista non esiste, secondo me, marketing più forte per portare qua persone che dimostrare che qua sappiamo dove stiamo andando e lo facciamo con una straordinaria qualità perché la gente viaggia sempre di più per incontrare qualità e verità e noi possiamo essere questo luogo. Grazie.

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